Perché nel B2B lo storytelling funziona meglio dei dati tecnici

Nel mondo del B2B, spesso ci si affida a specifiche tecniche, tabelle comparative, percentuali e ROI previsti come strumenti principali di persuasione. Eppure, nonostante questi elementi siano fondamentali, la semplice esposizione dei dati non è sufficiente per convincere un buyer aziendale. Al contrario, lo storytelling — la narrazione attorno a un problema, a una trasformazione, a un risultato — mostra sempre più il suo potere.
Vediamo perché, e come applicarlo.

  1. Le limitazioni del “solo dato”
    I dati tecnici sono oggettivi, e per questo rassicuranti. Ma presentati da soli possono risultare
    astratti: numeri e percentuali non sempre aiutano a visualizzare un contesto concreto;
    difficili da ricordare: uno studio ha evidenziato che storie vengono ricordate fino a 22 volte più dei “soli fatti”.
    limitati nella costruzione della fiducia: nel B2B la decisione non è puramente tecnica, ma coinvolge persone, relazioni, fiducia. I dati possono supportare, ma da soli non costruiscono la connessione.
    vissuti come “rumore” in un ambiente dove l’audience riceve continuamente tabelle, slide, report: senza contesto e significato, rischiano di essere ignorati.
    Un esempio: presentare “il nostro software riduce i costi del 15%” è utile. Ma senza raccontare come, in quale contesto, con quali implicazioni umane, quel “15%” rischia di non colpire abbastanza.
  2. Perché lo storytelling vince nel B2B
    Ecco i motivi principali per cui lo storytelling funziona meglio — o meglio: insieme ai dati, ottiene risultati molto superiori — nel B2B.
    a) Attiva più parti del cervello
    Le neuroscienze mostrano che una narrazione ben costruita attiva non solo le aree linguistiche del cervello, ma anche quelle sensoriali, emotive, associative.
    In pratica: quando racconto una situazione in cui un’azienda aveva un problema, ha usato una soluzione e ha ottenuto un risultato, il lettore “vede” questa scena, la “sente”, la ricorda. Questo genera un’impronta più profonda rispetto ai dati “freddi”.
    b) Trasforma complessità in significato
    Molti prodotti o servizi B2B sono tecnici, complessi, richiedono spiegazioni. Lo storytelling aiuta a tradurre queste complessità in narrazioni comprensibili, che spiegano “chi”, “cosa”, “come” e “perché”.
    Ad esempio: anziché spiegare tutti gli algoritmi di un software di analisi, racconto come un responsabile marketing ha identificato un segmento di clienti dormienti, lo ha riattivato, e ha generato un bel +20% di vendite. Il cliente ideale si identifica.
    c) Costruisce fiducia e relazioni
    Nel B2B la decisione d’acquisto non è solo razionale: c’è un fattore umano forte. Il buyer cerca un partner affidabile, non solo un fornitore. Lo storytelling permette di mostrare valori, visione, missione, impatto reale — elementi che i semplici dati non trasmettono al 100%.
    Raccontare una storia di trasformazione crea empatia, e l’empatia genera fiducia.
    d) Favorisce la memorizzazione e la condivisione
    Le storie sono più facili da ricordare (“ricorda la storia della startup che …”) e più facili da condividere all’interno dell’azienda cliente (un decisore la racconta al team, al board). I dati puri, invece, possono rimanere confinati in una slide.
  3. Dati e storytelling: una coppia vincente
    Attenzione: non si tratta di “dati vs storytelling”, ma di “storytelling + dati”. I dati tecnici rimangono fondamentali nel B2B — per motivi di credibilità, verifica, ROI. Ma lo storytelling è il vettore che li trasporta, li rende accessibili e memorabili.
    Ad esempio?
    Inizia con una narrazione: “Quando la società X aveva un calo del 30% nelle richieste di preventivo…”
    Inserisci i dati tecnici: “…il nostro sistema ha permesso un aumento del +25% in sei mesi, con una riduzione del 20% dei costi operativi.”
    Chiudi con un messaggio relazionale: “Il team interno ha potuto dedicarsi a progetti strategici, liberando tempo e risorse. Oggi collaborano con noi come partner di lungo termine.”
    Questo approccio unisce la forza razionale (dati) con la forza emotiva e umana (narrazione).
  4. Applicazione pratica nel B2B
    Ecco alcuni suggerimenti operativi per sfruttare lo storytelling nel contesto B2B.
    Identifica il “personaggio” — Può essere un cliente, un responsabile di reparto, un progetto.
    Definisci la sfida — Quale era il problema concreto che impediva di raggiungere gli obiettivi?
    Mostra la trasformazione — Come la soluzione è stata implementata e qual è stato il cambiamento.
    Inserisci i dati — Supporta la storia con numeri concreti, metriche, risultati oggettivi.
    Invita all’azione — Concludi con un messaggio che coinvolge: “Immagina se…”, “Scopri come poter ottenere…”.
    Adatta al target — Nell’ambito B2B ci sono più stakeholder: CEO, CTO, marketing manager. Racconta storie che parlino anche ai valori e alle priorità di ciascuno.
  5. Quando i dati da soli non bastano e occorre una narrazione
    Ci sono alcune situazioni tipiche in cui la narrazione è ancora più cruciale nel B2B.
    Mercati saturi: dove molte soluzioni sembrano simili. Una storia differenziante può emergere.
    Soluzioni complesse: dove il buyer ha difficoltà a capire “come funziona” e “dove sta il vantaggio concreto”.
    Decisioni ad alto coinvolgimento: acquisti strategici, partnership a lungo termine. Qui la fiducia è essenziale, e serve tempo.
    Buyer che fanno ricerca autonomamente: molti comprano online prima di interagire con un venditore. La storia che trova può influenzare il processo.

Nel B2B, i dati tecnici sono indispensabili, ma non sono sufficienti per persuadere, coinvolgere e fidelizzare. Lo storytelling entra in gioco come ponte tra la razionalità del dato e l’umanità della decisione.
Una narrazione ben costruita rende i numeri significativi, crea connessione emotiva, costruisce fiducia e lascia un’impronta più duratura.
Se vuoi davvero che il tuo messaggio B2B arrivi — non solo che venga visto, ma che venga ricordato e agisca — allora non puntare solo sui fogli di calcolo: racconta una storia.

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Previsioni per il 2026: dove va il copy

Previsioni per il 2026: dove va il copy

Ecco alcune previsioni su come evolverà il copywriting l’anno prossimo.

I principali trend attesi per il 2026

Personalizzazione in tempo reale sempre più sofisticata

I brand investiranno in sistemi che generano copy adattivo in base al comportamento in tempo reale dell’utente: non solo varianti, ma “micro-messaggi” che cambiano secondo contesto, device, stato d’animo. La/il copywriter dovrà saper progettare non solo un messaggio unico, ma un “sistema di messaggi” dinamico.

Contenuti multimediali e modalità multimodali integrate

Copy + immagine + video + audio: la scrittura diventerà parte di flussi narrativi più complessi, in cui il testo guida interazioni visive, auditivi o immersive. I/le copywriter potrebbero collaborare più strettamente con designer, motion-graphic, audio designer, per creare esperienze integrate.

Focus ancora maggiore su autenticità, trasparenza e “human in the loop”

Con l’ascesa dell’IA generativa, la differenza competitiva sarà nel “tocco umano”: culture aziendali, storie vere, errori, fragilità, valori reali. Le comunicazioni troppo patinate o perfette perderanno credibilità.
I/le copywriter che incarnano il brand, la sua voce reale, avranno un vantaggio.

Specializzazione e competenze ibride

Il mercato richiederà copywriter che non siano solo “buone scrittrici/tori”, ma che sappiano anche capire dati, usare strumenti di automazione, collaborare con IA, progettare flussi, misurare risultati.
Questo perché la massa dei testi sarà generata automaticamente: resta vantaggio competitivo chi sa posizionarsi in nicchie elevate, strategiche, con alto impatto.

Etica, normative e rilevanza culturale/locale

L’uso dell’IA, la localizzazione dei messaggi, la sensibilità culturale, la protezione dei dati, saranno sempre più al centro. Copy errati, poco sensitivizzati, poco autentici, rischiano backlash. Pertanto, scrivere per mercati diversi, in lingue diverse, con tono adatto al contesto, diventerà una competenza cruciale.

Cosa puoi cominciare a fare da subito per prepararti

  • Inizia a usare gli strumenti IA come alleati: apprendi prompt, workflow, revisioni.
  • Sviluppa una voce chiara e differenziata: che cosa rende unica la tua scrittura?
  • Approfondisci una o più nicchie (es: SaaS, finanza, e-commerce) per diventare specialista.
  • Impara le basi dell’UX writing e microcopy: non solo “testi lunghi” ma anche “testi piccoli”.
  • Cura la localizzazione e la personalizzazione: segmenta, parla al singolo, non alla generica cliente media/o.
  • Monitora dati, risultati, conversioni: scrivere bene è importante ma saper misurare l’impatto altrettanto.

Il copywriting nel 2026 non è più solo “scrivere bene”: è saper integrare creatività, dati, tono autentico, storytelling e UX. Le persone non vogliono più essere bersagli di annunci, vogliono essere ascoltate, comprese, accompagnate. Chi saprà muoversi nel flusso dinamico della personalizzazione, dell’integrazione multimediale e del tocco umano farà la differenza.
Se sei copywriter, marketer, brand manager — o semplicemente interessato al mondo della comunicazione — questo è il momento per alzare il livello. Adattati, specializzati, collabora con l’IA, ma non dimenticare mai che la vera efficacia sta nell’umano.

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Copywriting nel 2026: cosa funziona (e cosa no)

Nel mondo del marketing e della comunicazione, il ruolo del copywriter si sta trasformando. Se fino a pochi anni fa bastava scrivere bene, oggi servono competenze trasversali, agilità tecnologica e una forte dose di autenticità. Ecco le principali tendenze per il 2026.

  1. Collaborazione uomo-macchina: l’IA come alleata, non sostituta
    L’uso di strumenti di generazione automatica (come modelli di linguaggio e sistemi di assistenza) è ormai diffuso, anche nel copywriting. Ma la vera chiave è saper integrare la tecnologia con la creatività e la sensibilità umana.
    In pratica: l’IA può redigere una bozza, suggerire titoli, aiutare nell’analisi dei dati e nella personalizzazione su scala; il copywriter aggiunge tono di voce, storytelling, contesto e vera rilevanza per il target.
  2. Personalizzazione avanzata (e dinamica)
    Nel 2026 non basta più inserire il nome del destinatario o fare un taglio unico: la personalizzazione va in tempo reale, con messaggi adattati a comportamenti, micro-segmenti, momenti di vita degli utenti.
    Questo comporta che le/i copywriter devono comprendere non solo il prodotto, ma il flusso, il “micro-momento”, e saper scrivere varianti di copy che risuonino con segmenti specifici.
  3. Ottimizzazione per la voce e il linguaggio conversazionale
    Con la diffusione degli assistenti vocali, della ricerca vocale e dei dispositivi smart, il tono del messaggio si fa più conversazionale. I contenuti devono rispondere a domande naturali, usare frasi più colloquiali (ad esempio Cosa è meglio comprare per questa esigenza piuttosto che Migliore prodotto taldeitali).
    Questo significa che il copywriting deve uscire dallo schema rigido dei titoli SEO tradizionali e abbracciare la lingua parlata, i dubbi reali dell’utente, la promessa chiara.
  4. Storytelling autentico + etica + trasparenza
    Gli/le utenti sono diventati più critici, informati e selettivi: vogliono marchi che siano coerenti, trasparenti, autentici. Nel 2026 il racconto del brand, le sue storie, il suo impegno sociale o sostenibile diventano parte integrante del copy.
    La/il copywriter deve dunque saper integrare nei messaggi elementi di valore, di coerenza, i perché del brand, evitando la retorica vuota.
  5. Contenuti immersivi, interattivi e micro-copy strategico
    Il pubblico non vuole solo leggere: vuole partecipare. Trend come quiz, sondaggi, contenuti navigabili, microcopy (es. CTA, messaggi di errore, tooltip) e UX writing stanno diventando centrali.
    Questo significa che il copywriting non è più solo “testo lungo” ma anche “micro-testo” strategico: ciò che appare nei momenti di errore, nei form, nelle interazioni più insignificanti, fa la differenza.
  6. SEO e contenuti che non spammano più
    Nel 2026 le strategie della vecchia scuola (keyword stuffing, contenuti generici) non funzionano più. Lo so: era più semplice calcolarsi la densità di keywords e poi procedere con la scrittura sapendo che saresti andata a colpo sicuro, ottenendo buoni risultati, ma quel copy non esiste più.
    Serve creare contenuti utili, originali, ben strutturati, che rispondano a una domanda reale. La/il copywriter oggi deve abbinare la SEO a utilità, profondità e qualità.

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CTA che convertono: ecco cosa potresti provare

Guardaroba zerowaste con Untraditional Style Coach: come creare la tua capsule anti-sprechi

Ve l’ho anticipata su Instagram ed eccola qui: la rubrica che Alessandra Di Matteo Untraditional Style Coach terrà nelle prossime settimane per la nostra community. Con un obiettivo ben preciso: sfatare il mito che vuole gli amanti dello stile come inquinatori seriali.

Ciao a tutti/e,
mi chiamo Alessandra Di Matteo e sono una Untraditional Style Coach. Nel 2016 termino gli studi come Consulente di Immagine e in questi 4 anni ho compreso come quell’essere untraditional sia stata la naturale evoluzione non solo della mia professione, ma anche del mio stile di vita.

Il mio scopo nelle prossime settimane?
Aiutarvi ad ottenere un guardaroba completo, essenziale e senza tempo.
Lo so. Sembra impossibile, ma vi garantisco che si può!
Ottimizzazione delle risorse, scelte consapevoli e sostenibili: ecco ciò che impareremo.

Guardaroba capsula

Il Capsule Wardrobe è un guardaroba intelligente, capace di rispecchiare il vostro stile di vita, che vi permette di risparmiare spazio, tempo, risorse ambientali e denaro.

Avete presente la famosa frase Ed eccoci di nuovo con il solito problema: un armadio di vestiti e niente da mettermi? Non parliamo poi quando arriva il tanto temuto cambio di stagione. L’obiettivo sarà sempre quello: avere outfit per ogni occasione, senza possedere un numero eccessivo di vestiti.

La pratica.

Le 4 regole fondamentali per costruire un guardaroba capsula:

REGOLA N.1
Scoprire la nostra palette di riferimento, ovvero – dal punto di vista cromatico – quali sono i colori che valorizzano il nostro incarnato, ci permetterà di individuare i nostri neutri (nero, blu, grigio oppure marrone, beige, avorio). I colori più affini alle nostre tipologie cromatiche decreteranno la base del nostro guardaroba intorno a cui ruoterà tutto il resto.

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REGOLA N. 2
Individuare la forma del nostro corpo.
Avete mai sentito parlare di body shape? Ogni corpo ha le sue proporzioni. Riconoscerle ci permetterà di scegliere il taglio di ogni capo adeguato al nostro corpo. Solo così ogni giacca, camicia, gonna e pantalone si abbineranno tra di loro senza alcuna difficoltà.

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REGOLA N.3
Dividere il nostro armadio in base all’occasione d’uso dei nostri capi.
Facciamo un esempio: gli abiti da lavoro. La percentuale di spazio che occuperanno sarà direttamente proporzionale alla percentuale di tempo che dedichiamo a questa attività. Il 90% dell’armadio è dedicato all’ufficio? A voi le conclusioni 😉

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REGOLA N.4
Costruire all’interno del nostro armadio più capsules.
Il tanto temuto cambio di stagione sarà rimpiazzato dalla funzionalità di avere già una capsule autunno/inverno e una capsule primavera/estate. Ricordate la regola numero 3?  Il segreto sarà costruire capsules per ogni occasione della nostra vita.

capsule zerowaste untraditional style coach

Questi suggerimenti sono validi anche per chi viaggia molto.
Una valigia intelligente avrà all’interno pochi abiti, interscambiabili tra loro, coerenti per colore, tessuto e stile.

Less is more
Non è mai una questione di quantità, ma di qualità e… idee chiare.

Il vento soffia forte? E tu impara a volare!

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Un’estate robotica ad Alessandria

Qualche tempo fa, lavorando come ogni lunedì alla brand page LinkedIn di un cliente, ho scoperto una cosa interessante.

È l’hashtag #stopwhining (#bastalamentarsi) ed è stato promosso dalla millenial 25enne Marta Basso. Ho pensato caspita queste nuove leve sono davvero speranza per il nostro Paese al di là della retorica che buttiamo lì di tanto in tanto per sentirci meglio.

Poi ho scoperto Valeria Cagnina.

Classe 2001 (improvvisamente sento un reumatismo alla spalla), appassionata di robotica, tutt’altro che bambocciona: hanno parlato dei suoi progetti tech su Ansa, in Rai e al MIT. Ebbene questo fior fior di diciassettenne per l’estate 2018 ha un programma che è tutto un programma: si chiama Vivi la tua estate – Robotica e non solo ed è un campus estivo pensato per coinvolgere bambini/e e ragazzi/e di Alessandria e portarli a sperimentare la tecnologia.

Perché chi l’ha detto che non ci si possa divertire costruendo un robot e scoprendo la scienza, senza rinunciare alla piscina, ai giochi all’aperto e alle notti in tenda con gli amici?

Quando: dal 24 al 29 giugno 2018 per ragazzi di età compresa tra 5 e 10 anni, dall’ 8 al 13 luglio 2018 per un’età compresa tra 11 e 15 anni
Dove: Alessandria, frazione S. Michele (vicino al casello di AL – Ovest), Via Isoletta 5
Costo: 340 €

Now-to – 5 siti con immagini per i vostri social network

immagini free social media torinoRegola n.1. Contenuto di qualità (ne riparleremo nei prossimi post, tranquilli ;-)). Regola n.2 immagini belle, accattivanti, coerenti. E possibilmente libere da copyright o diritti. Non vorrete imitare il clamoroso errore fatto da Fratelli d’Italia con la foto di Oliviero Toscani nel “caso no adozioni gay” (I ragazzi l’hanno usata perché non aveva il copyright indicato e pertanto considerata di pubblico dominio) vero?

Bene, allora questo post fa per voi.

Morto un Fotopedia se ne fa un altro. Anzi 5: per voi un elenco breve, indolore e dritto ai centri nevralgici dei vostri canali social.

– Getty Images: ha l’apposita opzione RF Royalty-Free ed è facile da navigare.

flickr immagini free social media torino– Flickr: questo database contiene moltissime belle foto ma dovete usare il tasto “richiedi licenza” per poterle riutilizzare. Esistono informazioni sulla licenza (vedi immagine a sinistra) che vi consentono di velocizzare il procedimento ricercando immagini in CC modificabili o utilizzabili a scopo commerciale.

– Google Advanced Image Search: per me il migliore quanto a varietà delle fonti (naturalmente grazie al vastissimo database Google). Tuttavia, non date per scontata la possibilità di utilizzare effettivamente come vi pare quella data foto: è buona prassi verificare sempre la fonte 😉

– Commons Wikimedia: un database con milioni di immagini. Ovvio, essendo i file caricati su Commons devono rispettare alcune regole che potete leggere qui.

– Deposit Photos: come vedete già in hp si tratta di immagini royalty-free. Il sito funziona con un meccanismo di crediti, una sorta di “moneta” con la quale potrete acquistare poi le immagini.

Sondaggiamo: quello che pensi a me importa :-)

I want you torino social mediaSono in vacanza in Sicilia come sapete (date un’occhiata a Facebook ;-)) e stavo pensando agli argomenti per i prossimi post.

Poi ho realizzato: perché non farli decidere a voi che mi leggete?

Quindi ecco il domandone, rullo di tamburi…

[polldaddy poll=8214698]

Galateo della scrittura sui social network, caso #3 – Il baccaglio (e gli esseri molesti) ai tempi del socialmedia

dubbio torino socialmediaCiao… Sei la fidanzata di Chef Rubio?? 🙁 Beata te!!
ma anche
Fico quindi tu conosci Chef Rubio. Presentamelo! Che bbbbbono.

Ricevuto da: utenti sconosciute (donne) su Facebook, dopo la pubblicazione di questo post qui.
Pronto? Sì, buongiorno vorrei segnalare alle autorità un gruppo di donne dall’ormone impazzito. Sì sì, credo siano un pericolo per la pubblica incolumità. Come scusi? Se ogni blogger che intervista qualcuno diventa in automatico la sua fidanzata? Occavolo. OCCAVOLO. Scappo mi scusi, devo scrivere una email a Lenny Kravitz per proporgli SUBITO un’intervista. Clic.

Ciao,
mi rendo conto che questo canale non è il più adatto ma vorrei ugualmente inviare una richiesta.
Sono arrivato ad una fase della mia vita nella quale vorrei trovare l’anima gemella, la donna che mi completa e con cui costruire un legame duraturo.

Ricevuto da: utente inglese su LinkedIn.
Giuro non è una bufala. Ho Lui come testimone.
So che ve lo state chiedendo quindi disseto la vostra curiosità: no, non era così brutto perciò non si spiega come mai scrivesse a sconosciute sul canale meno appropriato del Mondo.
Gli auguro comunque di aver trovato moglie. Magari lavora nella sua stessa azienda, pensa che ottimizzazione dei flussi.

Ciao, mi segui? Ho tanti followers!

Ricevuto da: utenti conosciuti (uomini) su Twitter. Sopracciglio alzato e defollow senza rimpianti.
Ecco la novità: numero di followers is the new ce l’ho lungo.

Poi dicono che ai geek non succede mai niente di divertente.

EmilyEmme: una ne sa e cento ne cuce

emilyemme torinoAlla fine mi piace chiamare le cose con il proprio nome: scrivi pure che faccio la sarta.
Comincia così la mia prima intervista per il blog. Voglio andare a conoscere da vicino realtà che ho scoperto sui social e che, sono sicura, hanno tanto da dire anche di persona.

Lei si chiama EmilyEmme ed è un’ottima sarta che fa con passione il proprio lavoro, una trentenne o giù di lì, simpatica, schietta e incinta di 4 mesi. Cominciamo subito, quindi, con la concretezza: ma a fare i sarti in questo clima di crisi, si guadagna abbastanza? Beh non si diventa milionari però sì, il mercato c’è. Tant’è vero che a Torino sono in attività altre realtà come la mia: il MAT ne riunisce circa 30. E che cos’è il MAT? Moda d’Autore Torino, un’associazione senza scopo di lucro che raggruppa artisti e artigiani torinesi nel settore della moda in abbigliamento, borse, gioielli. Questa città è splendida, piena di personalità, originalità e carattere, ma abbiamo costituito il MAT per uscire da un certo provincialismo e farci conoscere nel resto d’Italia, nel Mondo.

Però io sono curiosa: voglio stoffa, più stoffa. E fili, e bottoni. Dai, allora facciamo questa prova, mi dice Emily con sguardo di sfida. Sfoderata la sua bellissima scatola di bottoni, ne sceglie una manciata e me li mette davanti. Vediamo se sai dirmi quali tra questi sono in madreperla e quali invece in plastica. Eccallà, lo sapevo. Figuraccia clamorosa vieni a me. I bottoni sono il gioiello della sartoria – mi spiega Emily – Per esempio ecco, mettere a un vecchio capo un bottone prezioso gli cambia faccia da così a così. Ottima idea, penso tra me e me: da provare.

emilyemme torinoMa proseguiamo: come sono i clienti? E i costi? Perché già mi immagino il portafogli di una certa 27enne inorridire. Noi sarti rappresentiamo una logica creativa ma slegata dalla moda del momento, dall’usa e getta: mi piace definirmi “l’altra faccia della globalizzazione”. Non propongo mai prezzi esorbitanti e non amo chi fa il furbo: perché dovrei nasconderti che non ho usato tutto il tessuto per farti quel vestito? Piuttosto ti propongo di portartelo a casa con uno sconto, oppure pensiamo insieme a una bella stola.

Ok, sono convinta, ma mi serve sapere un’ultima cosa: come vede il futuro questa giovane sarta? Con il MAT stiamo organizzando una sorta di Settimana della Moda torinese, una 3 giorni a settembre. Torino è per puristi, andrà alla grande ne sono certa. Mi piacerebbe poi riproporre i corsi che ho tenuto lo scorso anno: cucire a mano e a macchina, imparare a riconoscere i diversi tessuti. Insomma voglio dare alle persone la possibilità di capire il mio mondo, di avvicinarsi e sperimentare.

A proposito, ma voi lo riconoscete un sintetico dalla seta? Perché la vera sfida, nella moda come nella vita, non è tanto rinunciare al piattume di massa quanto saper riconoscere la qualità nei dettagli.

EmilyEmme, descriviti con un termine social: motore di ricerca continua.

C’è anche Torino alla Social Media Week 2013

social media week blog

È cominciata ieri a Milano la nuova edizione della Social Media Week targata Italia, e noi non potevamo mancare.

Eccovi serviti i torinesi che esporteranno un pò di sana e robusta nerdezza sabauda. Li conoscete? Li followate?

La rassegna si chiude venerdì 22, con “Social Media: 5 trend per il 2013”, che vedrà protagonisti, tra gli altri, Adele Savarese di Ninja Marketing,  Alex Giordano di Ninja Marketing e Viral Beat, e Gaia Berruto di Wired. Modera Gianluca Neri di Macchianera.

Per seguire passo passo l’evento, oltre a Twitter vi consiglio Pinterest: Sebastian aka Beaver ha pubblicato un’interessante infografica.

A Settembre 2013 sono previsti altri appuntamenti legati alle Social Media Week nel Mondo: speriamo che Torino, come lo scorso anno, torni protagonista. Sarà che sò de parte, ma vedo intorno a me tante realtà che devono ancora essere raccontate. Nel frattempo, seguite gli aggiornamenti nostrani sulla pagina Facebook della SMW Torino.