Il copywriting conversazionale esiste?

Il copywriting conversazionale è una delle tendenze più interessanti e potenti nel panorama del marketing moderno. In un mondo sempre più digitalizzato, dove le comunicazioni si fanno via chat, messaggistica istantanea e social media, l’approccio conversazionale diventa una chiave fondamentale per entrare in contatto diretto con i consumatori e costruire relazioni autentiche. Ma cosa significa davvero “copywriting conversazionale”? Esiste o è roba da fuffaguru?

Cosa si intende per copywriting conversazionale

Il copywriting conversazionale si riferisce alla creazione di contenuti scritti che imitano un dialogo naturale tra due persone. Non si tratta solo di scrivere in modo informale, ma di creare un tono che sembri reale, amichevole e coinvolgente, come se il brand stesse parlando direttamente al singolo consumatore, creando un’interazione che va oltre il semplice messaggio promozionale.
L’idea alla base è quella di far sentire il lettore come se stesse comunicando con qualcuno in tempo reale, non con un’entità impersonale. Questo approccio, infatti, rende il contenuto più umano e facilmente digeribile, e soprattutto promuove un tipo di comunicazione bidirezionale, dove l’interazione è reciproca.

Perché può funzionare

  1. L’esperienza utente è al centro
    Il copywriting conversazionale si adatta perfettamente al nostro modo di comunicare oggi, che avviene principalmente tramite messaggi diretti, chat, e commenti sui social. Le persone sono abituate a ricevere risposte rapide e a partecipare a conversazioni più spontanee e immediate. Se il tuo copy sa parlare come una persona e non come un marchio distante, è più facile che il lettore si senta coinvolto.
  2. Il tono amichevole crea fiducia
    In un mondo di comunicazioni marketing spesso robotiche e sterili, un messaggio che suona genuino e amichevole può fare la differenza. Un tono conversazionale aiuta a costruire fiducia, poiché trasmette l’idea che il brand non è un’entità anonima, ma un interlocutore che si preoccupa davvero dei bisogni e dei desideri del cliente.
  3. Incrementa l’interazione
    Quando si scrive in modo conversazionale, è più facile suscitare una risposta. Il lettore può sentirsi spinto a rispondere, fare domande o interagire. Questo tipo di copy stimola una comunicazione bidirezionale che aiuta a rafforzare la relazione tra il brand e il consumatore, favorendo la fidelizzazione.
  4. Si adatta al contesto digitale
    Oggi il digital marketing è sempre più basato su piattaforme di messaggistica come WhatsApp. In questo ambiente, un copy scritto in modo troppo formale o “corporate” risulta spesso fuori luogo. Un tono conversazionale si adatta perfettamente alle dinamiche delle chat, facilitando l’interazione immediata.

Quali caratteristiche tenere a mente

  1. Tono e linguaggio informale
    La base del copywriting conversazionale è un linguaggio informale, ma che non scade mai nell’inadeguato. Non significa usare slang o espressioni troppo colloquiali, ma piuttosto scrivere come se si stesse parlando a un amico. Parole semplici, frasi corte e dirette sono l’ideale.
  2. Domande e risposte
    Il copy conversazionale spesso include domande o inviti all’interazione. “Hai mai pensato di provare questo prodotto?” o “Cosa ne pensi di questa novità?” sono modi per coinvolgere il lettore e avviare una conversazione.
  3. Uso di emoji e segni di punteggiatura
    L’utilizzo di emoji, punti esclamativi, e altre forme di punteggiatura non convenzionale può aggiungere un tocco di personalità e far sembrare il messaggio ancora più naturale. Tuttavia, è importante non esagerare e usare questi strumenti con moderazione, in base al tono e al pubblico di riferimento.
  4. Chiarezza e semplicità
    Un copy conversazionale è facilmente comprensibile e immediato. Si evitano tecnicismi o lunghe spiegazioni e si preferisce andare dritti al punto, proprio come in una conversazione reale.
  5. Coinvolgimento emotivo
    Come in una conversazione faccia a faccia, il copy conversazionale è spesso incentrato sull’emozione. Usa parole che evocano sentimenti di vicinanza, empatia e riconoscimento. Questo aiuta a creare una connessione più profonda con il lettore.

Come applicare il copywriting conversazionale

Social Media Marketing
Un esempio potrebbe essere una risposta rapida e informale a un commento o un post che invita gli utenti a interagire, come: “Sei d’accordo con noi? Fammi sapere nei commenti!”

Email Marketing
Un esempio potrebbe essere un’email che inizia con un saluto personalizzato, seguito da un linguaggio naturale: “Ciao [Nome], come stai oggi? Spero bene! ? Volevo farti sapere che abbiamo appena lanciato un nuovo prodotto che potrebbe interessarti…”

Landing Page e Call to Action (CTA)
Una call to action che dice “Ti piace questa offerta? Scopri di più qui!” è più invitante rispetto a una CTA impersonale come “Acquista ora”.

Video Script
In questo caso, il tono deve essere ancora più dinamico e colloquiale, come se si stesse raccontando una storia o facendo una chiacchierata diretta con lo spettatore.

Sfide e cosa evitare

Nonostante il copywriting conversazionale sia interessante, ci sono alcune sfide da considerare:

  • Trovare il giusto equilibrio: Devi riuscire a mantenere un tono naturale senza sembrare troppo casuale o poco professionale. Non tutti i brand possono permettersi un tono troppo informale, soprattutto quelli che operano in settori più tradizionali o seri.
  • Evita di essere invadente: La conversazione deve sembrare spontanea, non forzata. Essere troppo insisti o chiedere troppe risposte può risultare fastidioso.
  • Adatta il tono al pubblico: Non esiste un’unica forma di conversazione. Devi essere in grado di adattare il tono in base al pubblico di riferimento. Un brand di lusso, ad esempio, adotterà un tono conversazionale più sofisticato rispetto a un brand giovane e informale.

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Cosa vorrei per tutti gli 8 di Marzo

Lei è una donna istruita, ha un lavoro, una normale famiglia come tante. È grintosa, intelligente, cerca di far quadrare tutto al meglio delle proprie possibilità. Eppure, la ascolto inveire contro le quote rosa e i premi che l’azienda per cui lavora ha deciso di affidare ad una percentuale di dipendenti donne ogni tot dipendenti uomini. Dice che secondo lei le quote rosa aprono le porte all’amichettismo e alle raccomandate messe lì a caso. Dice che è ingiusto dare premi alle persone solo perché donne. E io, allibita, non riesco a dire un bel niente.

Sono furiosa. Furiosa perché non ho saputo rispondere nulla. Furiosa perché troppe donne ancora non sono consapevoli di quanto, per sesso di nascita, educazione e contesto sociale, noi italiane nasciamo già appesantite. E quel peso non possiamo ignorarlo. Non lo vediamo? Quando, dopo 10 ore di lavoro, siamo ancora le uniche a dover fare lavoro di cura dei figli piccoli, cucinare, pulire, ricordare, organizzare, accompagnare. Non lo vediamo quel lavoro? Non vediamo che quel lavoro, quel peso, ci fa partire già 100 metri indietro ai blocchi di partenza del mercato del lavoro? Perché non riusciamo a darci il permesso di dire a voce alta che le quote rosa, in qualsiasi settore, riequilibrano (almeno in parte) il gap di genere e ci ripagano (ancora troppo poco) del lavoro gratuito sul quale si basano mercati, famiglie e carriere lavorative degli uomini? Dannazione, sono furiosa.

Tornata a casa, leggo una frase sul profilo Instagram della Libreria Nora Book & Coffee. Dice Anche il lavoro interiore è attivismo. Ecco. Io per tutte le donne, per tutti gli 8 Marzo da qui a per sempre voglio questo: il lavoro interiore, l’autocoscienza come amava definirla Carla Lonzi. Perché le manifestazioni e l’attivismo pubblico e politico sono fondamentali, ma se manca la sicurezza in noi stesse e la consapevolezza di ciò che portiamo al mercato e nelle famiglie allora si può manifestare finché si vuole ma mancano le basi. E da quelle bisogna ripartire, prima di subito.

Abbiamo il dovere e il diritto di palesare il nostro valore. Dobbiamo darci il permesso di essere delle vere bastarde, che si prendono quel che spetta loro senza preoccuparsi sempre di essere giuste, essere corrette, essere eque. Diventa necessario smettere di essere brave bambine, perché quel brave va a vantaggio di tutti tranne che di noi stesse. Importa a qualche collega là fuori di essere giusto nei nostri confronti? Sulle chat del calcetto secondo voi si parla di quella collega che meriterebbe tantissimo il premio di produzione? Sapete che le conquiste per i diritti delle donne sono frutto di battaglie, di donne che hanno lanciato sassi o sono state arrestate? Da quando in qua in Italia, Paese nel quale i fatti dimostrano che a nessuno importa un fico secco dei diritti delle donne, pensiamo sia utile attendere che qualche mente eccelsa dall’alto butti qualche briciola e un sorriso benevolo? Quel dannato premio di produzione ci spetta, anzi dovrebbe essere più cospicuo, frequente e allargato a tutte le impiegate. Dovrebbero baciarci le chiappe per tutto quel che facciamo ma noi no, noi dobbiamo essere giuste. Corrette. Eque.

Questo 8 Marzo lo passo incredula e furibonda.

Auguro a tutte noi autocoscienza, bastardaggine e soldi da farcisi il bagno in mezzo.

Femminismo a Torino – Giulia di Barolo

Nel cuore della Storia e della cultura italiane risiedono figure affascinanti, le cui vite sono intrecciate con le vicissitudini della nobiltà e dell’arte. Tra queste, spicca la figura della Marchesa Giulia di Barolo, un illustre esempio di eleganza, carità e impegno sociale nel Piemonte dell’Ottocento.

Nata il 27 Giugno 1785, Juliette Colbert di Maulévrier proveniva da una famiglia aristocratica di antica nobiltà. Fin dalla giovane età, dimostrò un profondo interesse per la cultura, l’arte e la filantropia, tratti che avrebbero caratterizzato l’intero corso della sua vita. Colbert sposò il Marchese Tancredi Falletti di Barolo nel 1806: la coppia, molto affiatata per i costumi dell’epoca, non solo consolidò il proprio patrimonio familiare ma si distinse anche per l’impegno verso il bene comune.

Uno dei contributi più duraturi della Marchesa Giulia di Barolo fu la sua dedizione alla promozione dell’istruzione e della cultura. Nel 1834, insieme al marito, fondò la Scuola Materna Tancredi e Giulia di Barolo, un’istituzione educativa innovativa per l’epoca, che offriva istruzione gratuita ai bambini poveri. Fu una fervente sostenitrice delle arti e della cultura piemontese, promuovendo artisti emergenti e sostenendo la conservazione del patrimonio culturale della regione. Il suo salotto letterario divenne un centro di incontro per intellettuali, artisti e politici dell’epoca, contribuendo così alla diffusione delle idee e all’avanzamento della cultura.

Ma forse ciò che più distingue Giulia di Barolo è il suo impegno per le opere di carità: fu una pioniera nel campo dell’assistenza sociale. L’evento decisivo che spinse la Marchesa ad avvicinarsi ai bisognosi risale al 1814, quando in via San Domenico vide passare la processione che portava la Comunione (Viatico) ad un ammalato e fu colpita dalle voci dei reclusi nei sotterranei delle carceri. Un piccolo episodio che ebbe per lei il valore di un segno da Dio (era profondamente religiosa) e la spinse ad intervenire chiedendo di entrare nella prigione. Le recluse non erano pericolose assassine ma prostitute e piccole criminali: Giulia chiese al Re di poterle visitare e di insegnare loro a leggere e scrivere, per studiare il catechismo e ritrovare la dignità. Grazie alla sua tenacia, Colbert ottenne dal Re l’incarico di Sovrintendente alle Carceri e fece trasferire nelle Torri Palatine, più salubri, le detenute.

  • Nel 1821 fondò, nel quartiere popolare torinese di Borgo Dora, una scuola per fanciulle povere.
  • Nel 1823 fondò, presso il quartiere Valdocco di Torino, l’Istituto del Rifugio, destinato alle ragazze madri.
  • Nel 1833, fece costruire accanto all’Istituto del Rifugio, il monastero delle Sorelle penitenti di Santa Maria Maddalena, che si era ampliato per accogliere anche le vittime della prostituzione minorile.
  • Nel 1847, fondò una scuola professionale presso il proprio palazzo per le ragazze di famiglia operaia; nel 1857 fondò anche una scuola di tessitura e ricamo.

Il suo lavoro caritatevole culminò nella fondazione dell’Ospedale di Santa Croce e Sant’Anna a Torino nel 1827, un istituto dedicato all’assistenza sanitaria dei poveri e degli indigenti. Questo ospedale, ancora in funzione, testimonia l’eredità duratura della sua dedizione.

In un’epoca in cui la nobiltà era spesso associata a un distacco dal mondo reale, la Marchesa Giulia di Barolo si distinse per il suo profondo coinvolgimento nelle questioni sociali e culturali del suo tempo, dimostrando che il vero femminismo – benché in quel momento storico fosse lungi dall’essere definito – risiede sempre nel mettere i propri privilegi al servizio delle donne che non li hanno.

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Segreti di una zerowaster cinica.

“Uno stile di vita less waste è per fricchettone, vegane, vegetariane, gattare”.

Giuro ne ho lette e sentite di cazzate, nessuna delle quali è vera. Senza naturalmente togliere nulla ai suddetti stili di vita, si può essere zerowaster senza rispettare alcun vincolo stereotipato.

“Uno stile di vita less waste è per gente ricca, perché certi prodotti sono cari”.

Ok, questa è già meno cazzata della precedente, ma é vera solo in parte. Si può, avendone la disponibilità economica, scegliere prodotti cari in negozi piccoli. Altrettanto si può diventare zerowaster per risparmiare ed attuare scelte quotidiane in questo senso: da una selezione più accurata dei prodotti al supermercato alla semplice astensione della spesa e conseguente minimalismo.

“Uno stile di vita less waste è per gente single, senza figli, con un sacco di tempo a disposizione”.

Avete presente Amazon amiche? Non è il male assoluto: se usato con cervello vi aiuta, se siete mamme impegnate o vivete in piccole province e non avete l’auto. Anche durante la spesa al mercato o supermercato si trovano cose utili, i grandi brand si stanno orientando al target zerowaste con nuove offerte interessanti.

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Ti senti meglio adesso?

Voglio dire, devi sentirti meglio.

Adesso Feragggni e Quell’Artro divorziano, hai visto? Te lo dicevo io. Ti senti meglio vero? Questa non è la tua storia, è la sua.

Per anni abbiamo osservato ogni passo di questa donna orribilmente magra, privilegiata e biondissima e adesso che quel passo lo ha mancato bum: tutto è tornato in ordine. Prima sì certo, tutto bene: spettatrici consapevoli di un Grande Fratello sempre acceso. Morbosamente incuriosite. Un caso studio, un esempio al quale guardare. Ci appartiene, ha scelto di essere proprietà pubblica non trovi? Però poi no, è troppo, è seccante diamine. Abbiamo deciso che è diventata troppo. Non sappiamo nemmeno bene in che senso: troppo lusso, troppa fama, troppi soldi, troppa fortuna? Forse. La giovane donna che si è inventata un’impresa senza neanche l’aiuto di qualche mafioso adesso cade in rovina per sua stessa colpa: la giustizia è ristabilita. La donna cattiva è stata punita. Ne avevamo il diritto. Presto diventerà una barzelletta, ci rideremo su: c’era una volta una banale truffatrice. La squallida imprenditrice che per il business butta nel tritacarne dei social persino i figli piccoli. Non si era mai visto prima, specie se si tratta di imprenditori, cantanti, attori maschi. Il controllo è stato ristabilito e la civiltà occidentale non è crollata.

Era solo questione di tempo. Eccola: una donna peggiore di noi. Questo sì che ci fa sentire meglio, stiamo meglio con noi stesse. Si può essere angeli o stronze: finalmente lei è tornata nella casella Stronze in cui era destinata a finire. La nostra insicurezza, la paura, la vergogna che la società patriarcale ci instilla: tutto finito, possiamo tirare un bel sospiro di sollievo. In fondo ogni donna ha qualcosa di sbagliato no? Basta solo cercare bene, basta trovare i segni della mutazione in lupe mannare. Basta correre sui binari, in attesa di vedere chi esce e deraglia rovinosamente. Ci sentivamo mediocri e ora è tutto a posto. I social sono terribili, noi certe cose non le penseremmo mai figuriamoci. Ci travestiamo da mostri solo ad Halloween ma in fondo siamo persone buone e generose. Sì, noi siamo meglio.

In fondo il piacere che proviamo nell’osservare la sofferenza altrui è normale, umano, no? Vomitare insulti su una perfetta sconosciuta è giusto. Ha colorato oltre i bordi, come si permette. Ha fatto cose che noi reputiamo sbagliate, e magari lo sono davvero: quindi era giusto che tornasse a bada. Si è ridimensionata, è tornata al nostro livello. Se hai tutto puoi perdere tutto all’improvviso, non lo sapevi? Non lo sapevi che le ragazze cattive prima o poi si fanno male? Non riusciva mai a tenersi i vestiti addosso: che vergogna, è una madre. Ma non era quello il motivo per cui la spiavamo dal cellulare 24 ore su 24? Sì ma no, adesso non va più bene. Adesso non è più un gioco: noi abbiamo il potere di toglierle quel che vogliamo. Ci divertiremo a insultarla e poi ci annoieremo, non ne avremo più bisogno: passeremo al prossimo idolo da osannare. Il prossimo capro espiatorio.

Quando una donna osserva abbastanza a lungo una trainwreck finisce quasi sempre per osservare sé stessa. Jude Ellison Sady Doyle, “Spezzate: perché ci piace quando le donne sbagliano”

Te la immagini una prefetta?

Quando leggo di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante le manifestazioni di dissenso (qui c’è tutto ciò che ho da dire in merito) oppure delle risibili condanne applicate nei confronti di stupratori e autori di femminicidi, da femminista mi sorge sempre un pensiero che va oltre al normale schifo.

Da un po’ di tempo a questa parte mi chiedo: e se ci fossero state donne a decidere?

Mi spiego meglio. Cosa accadrebbe alla giustizia italiana e alle forze dell’ordine se i posti di lavoro che le costituiscono fossero occupati da tante, tantissime donne?
Mi chiedo (non ho risposta) se una squadra di sole donne avrebbe manganellato con la stessa brutalità.
E a salire: riusciamo ad immaginare prefette donne? Tante magistrate? Tante commissarie? Tante… pubbliche ministere? Non so neanche se sia una definizione corretta, non l’ho mai letta né sentita pronunciare e forse proprio qui sta il punto.

Vi immaginate i casi di violenza sui minori o stupro gestiti da interi ranghi composti da donne? Le condanne sarebbero più incisive, diverse?

È una questione di numeri?

Non ho una risposta.

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Ho letto Carla Lonzi: ecco cosa mi ha colpita di più.

La casa editrice La Tartaruga ha rimesso sul mercato “Sputiamo su Hegel – e altri scritti” di Carla Lonzi, dopo una lunga assenza dalla stampa.

La mia generazione di femministe è abituata a parlare di temi quali sessualità, attivismo e libertà di scelta sul proprio corpo, ed è stato splendido ripercorrere a ritroso la marcia che ci ha condotte sin qui, a oggi. Alcune osservazioni, in particolare, hanno preso casa nella mia testa.

Le donne stesse accettano di considerarsi “seconde” se chi le convince sembra loro meritare la stima del genere umano: Marx, Lenin, Freud e tutti gli altri.

Le donne sono persuase fin dall’infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona “capace” o “responsabile”.

Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.

La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini.

La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?

Non salterà il Mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.

La donna clitoridea, affermando una sessualità in proprio il cui funzionamento non coincide con la stimolazione del pene, abbandona il pene a sé stesso.

L’interdizione all’autoerotismo ha colpito duramente la donna perché l’ha consegnata inesperta e colpevolizzata al mito dell’orgasmo vaginale che per lei è diventato “il sesso”.

Ecco sono sicura che leggendo queste parole a ciascuna sarà venuto in mente almeno un episodio. Se non due o più. Questa è la prima caratteristica di un libro intramontabile: irradia luce a prescindere dall’era in cui viene letto.

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In un mondo sempre più consapevole dell’importanza della sostenibilità, l’adozione di uno stile di vita zerowaste sta guadagnando terreno. Questo approccio non si limita solo a ridurre gli sprechi nella tua cucina, ma si estende anche al tuo guardaroba. Oggi voglio parlarti di come puoi abbinare lo shopping su Vinted, una piattaforma di seconda mano, al tuo impegno per ridurre gli sprechi e vivere in modo più sostenibile.

Perché Vinted?

Vinted è un mercato online che consente alle persone di acquistare e vendere abbigliamento e accessori usati. Questo non solo ti permette di risparmiare denaro, ma anche di ridurre l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovi vestiti. Da circa 4 mesi testo Vinted ed ecco alcuni consigli pratici su come sfruttare al meglio questa piattaforma per adottare uno stile di vita zero waste.

Esplora il Mondo dell’Usato

Inizia a esplorare Vinted alla ricerca di capi di abbigliamento di seconda mano. Troverai una vasta gamma di opzioni, dalla moda vintage a pezzi di alta qualità a prezzi accessibili. Riduci la tua impronta ecologica scegliendo il riuso anziché l’acquisto di nuovi prodotti. Non serve essere minimal: ce n’è per tutti i gusti, compresi i grandi brand di alta moda.

Vendere per Riciclare

Non dimenticare di dare una seconda vita ai tuoi vecchi abiti. Usa Vinted per vendere gli indumenti che non indossi più. In questo modo, contribuirai alla catena del riciclo e farai spazio nel tuo armadio per capi che ami davvero. Non dimenticarti di dedicare particolare cura alle foto che scatti ai tuoi capi.

Compra in Modo Intelligente

Quando fai acquisti su Vinted, cerca capi che si adattino al tuo stile di vita e al tuo guardaroba esistente. In questo modo, ridurrai al minimo gli sprechi e garantirai che ogni acquisto sia un investimento.

Attenzione alla Qualità

Scegli sempre capi di alta qualità che resistano nel tempo. Questo significa che non solo dureranno più a lungo, ma avrai anche meno bisogno di sostituirli, riducendo così gli sprechi e il consumo di risorse.

Manutenzione Adeguata

Prenditi cura dei tuoi vestiti in modo adeguato. Segui le istruzioni per il lavaggio e la cura dei tessuti per garantire che durino il più a lungo possibile. Chiedi informazioni alla venditrice/venditore.

Fai Scelte Informate

Quando effettui un acquisto, pensa al ciclo di vita del prodotto. Chiediti se sarà utile per lungo tempo o se diventerà presto obsoleto. Scegli con saggezza per contribuire a ridurre gli sprechi.

Uno stile di vita zerowaste e lo shopping su Vinted possono andare di pari passo. Sfrutta questa opportunità per ridurre gli sprechi nel tuo guardaroba e motìvati a vivere in modo più sostenibile. Ogni piccolo passo conta quando si tratta di preservare il nostro pianeta, quindi inizia oggi a fare scelte più consapevoli nel mondo della moda. Sia che tu stia cercando pezzi vintage unici o capi di tendenza a prezzi convenienti, Vinted è il tuo alleato per uno stile di vita sostenibile e alla moda.

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Recensione di “Il mito della bellezza” di Wolf (Random House Vintage Books, in Italia tradotto da Tlon)

Avete presente quando leggete una quote di qualche scrittrice, o di un personaggio storico? Provate come un senso di appagamento, perché in quella citazione da poche parole è riassunto efficacemente un concetto complesso. Nonostante le due tre righe, il sentimento che suscitano è sviluppato, profondo, potente.

Ecco: leggere “Il mito della bellezza” di Naomi Wolf è proprio questo. 291 pagine di parole cesellate come fa un’artista, andando senza mezzi termini alla radice dei concetti. Alcune/i definiscono Wolf brutale, io preferisco pensare che non sbrodolare sia un preciso intento politico.

Leggere what would be masochism in a man has meant survival for a woman (ciò che per un uomo sarebbe masochismo è sopravvivenza per una donna) ti srotola lì di fronte agli occhi tanto. Tutto. Il Capitolo intitolato “Violenza” è un capolavoro di ricerca e narrazione.

Gli anni di dolorose cerette all’inguine anche in pieno inverno, le violenze ostetriche, la grassofobia. Tutto lì, a pochi centimetri dalla nostra faccia. Questa per me è vera potenza, fuoco vivo che non ha bisogno di altri accessori.

Una fissazione culturale per la magrezza femminile non è un’ossessione per la bellezza, è un’ossessione per l’obbedienza.

Capitolo “Fame”

La definizione di bello e sexy cambia costantemente per servire un ordine sociale.

Capitolo “Sesso”

E il capitolo sul tema religione, mamma mia. Per me il vero must di questo libro, al contempo inquietante e attualissimo, nonostante “Il mito della bellezza” sia stato pubblicato per la prima volta nel 1990.

C’è tutto: il nostro cuore, le nostre paure, i sacrifici, i sensi di colpa, il sentirci sempre giudicate sotto un microscopio. I silenzi, la pornografia, gli orgasmi mai arrivati e finti. Le mestruazioni. La masturbazione. La maternità. C’è tutto quanto ogni ragazzina al Mondo dovrebbe sapere, per costruire qualcosa di sé che prenda una strada divergente.

Da dove cominciare? Dall’essere senza vergogna. Dall’essere avide. Ricercare il piacere. Evitare il dolore. Indossare e toccare e mangiare e bere ciò che ci pare. Tollerare le scelte di altre donne. Ricercare il sesso che vogliamo e combattere fieramente contro il sesso che non vogliamo. Scegliere le nostre battaglie. (…) Cantare quella bellezza e ostentarla e mostrarla: nella politica della sensualità, il femminile è bellissimo. Una definizione di bellezza che ama le donne soppianta la disperazione con il gioco, il narcisismo con l’amor proprio, lo smembramento con la completezza, l’immobilità con l’azione. (…) La prossima fase del nostro movimento come donne, da sole e insieme ad altre, (…) dipende oggi da quel che decidiamo di vedere quando guardiamo lo specchio. Cosa vedremo?

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Leggere “Il femminismo è per tutti” di bell hooks è stato fondamentale per la mia formazione di attivista, madre e professionista.

In questo libro, i percorsi di autocoscienza – peraltro già noti in Italia sin dai tempi dei Mitici Anni ’70 ad opera di figure cardine come Carla Lonzi – sono la base di un percorso di ripensamento della propria situazione famigliare e lavorativa in un’ottica di parità di genere. Si parte sempre da sé stesse per scardinare gli elementi di sessismo che abbiamo interiorizzato fin da quando eravamo piccole. Non ne abbiamo alcuna colpa. Oggi quei tratti li portiamo avanti senza nemmeno realizzarlo, e potremmo trasmetterli senza volerlo all’educazione di bambine e bambini.

Condivido con voi gli appunti su me stessa: sentitevi libere/i di condividere i vostri.

QUI PUOI SCARICARE LA MIA CHECKLIST, GIÀ PRONTA DA STAMPARE E ARRICCHIRE.

Usa il tuo cognome. Anche se sei sposata, usa il tuo cognome. E dallo alle tue figlie/i: si può fare.

Prendi spazio in casa. Non stare tanto tempo in cucina. Non sistemare la seconda televisione sfigata in cucina mentre quella faiga sta in salotto, e la guarda solo tuo marito per il calcio. Troppe volte, anche nelle nuove generazioni, si nota come a fine pasto le donne si alzino per sparecchiare mentre gli uomini si godono l’amaro. Bevi il dannato limoncello da seduta. O – meglio – bevilo mentre fai sparecchiare il tuo compagno/marito.

Se puoi, creati uno spazio tutto per te con una serratura per chiuderlo. Se non puoi, rivendica gli spazi della casa: il divano, il salotto. Il telecomando. Prendi il dannato telecomando e decidi tu cosa guardare la sera con la tua famiglia.

A parità di mansione, investi in una donna. Scegli dottoresse, avvocatesse, negozi gestiti da donne. E nel caso delle ginecologhe, controlla che non siano obiettrici: puoi farlo sulla mappa di Obiezione Respinta.

Alle feste di Natale o di compleanno, regala alternative femminili: libri, soprattutto.

Non commentare mai, per nessuna ragione, il corpo di un’altra donna. Neanche se va a Sanremo. Neanche se secondo il tuo personalissimo giudizio non è in salute. Non. Commentare. Mai. Un. Corpo. E già che ci sei, parti dal non giudicare male il tuo, di fisico.

Vuoi fare qualcosa? Vai al cinema da sola o prenota per una al ristorante. Vai da sola. Viaggia da sola.

Nota quando dici le parole scusa, disturbo, nel mio piccolo, pazienza. Nota a chi e quando dici queste parole. Nota quanto spesso le dici.

Vota. Sempre. A livello nazionale fino a quello locale e di quartiere. Dalla Sindaca/o alla/al rappresentante di classe.

Scegli. Anche al supermercato, anche la marca del sugo di pomodoro.

Non accettare subito un “no” (a meno che si tratti di rapporti con altre persone, situazioni nelle quali vanno rispettati e basta). Se puoi, trova altre strade. Trova altri modi per arrivarci.

Partecipa alle riunioni di condominio. Polemizza in modo costruttivo.

Al lavoro, presentati senza blocco note o penna e rifiutati di prendere gli appunti per tutte/i. Siediti davanti, al tavolo.

A meno che la situazione non lo richieda espressamente, usa un tono di voce alto. Alza la mano. Alzati in piedi.

Conta i soldi. Parla di soldi. Soprattutto alle tue figlie/i. Investi in banca e insegna alle tue figlie/i ad investire i primi stipendi.

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