Microcopy e UX writing al centro dell’esperienza: perché ogni parola conta

Nel 2025, la scrittura non si limita più a vendere: guida, accompagna e migliora l’esperienza dell’utente. È qui che entrano in gioco microcopy e UX writing, due discipline che hanno cambiato il modo in cui progettiamo contenuti digitali.

Cosa sono il Microcopy e l’UX Writing?

Microcopy: sono le brevi frasi o parole che troviamo in elementi chiave dell’interfaccia utente. Ad es. pulsanti, form, messaggi di errore, conferme, tooltip, notifiche.
UX writing: è la scrittura focalizzata sull’esperienza utente (User eXperience). Ha l’obiettivo di rendere l’interazione con un prodotto digitale fluida, chiara, empatica.

Insieme, microcopy e UX writing creano un linguaggio invisibile che guida l’utente senza farlo pensare.

Perché sono così importanti?

  1. Migliorano l’usabilità
    Un microcopy chiaro può ridurre drasticamente gli errori dell’utente.
    Un form con l’etichetta “Inserisci l’email che usi per accedere” è molto più utile di un semplice “Email”.
    Un messaggio d’errore come “Ops! Il formato dell’email sembra sbagliato. Non ti preoccupare: riprova.” è più efficace (e meno frustrante) di un impersonale “Errore”. La maggior parte degli adulti ama essere presa per la mano e guidata. Sì anche tu che stai leggendo.
  2. Riducono l’attrito
    I microcopy eliminano i punti di frizione nel percorso utente, trasformando ogni passaggio in un’interazione più naturale.
    Pulsanti con etichette contestuali come “Inizia subito” invece di “Invia” migliorano la conversione.
    Messaggi proattivi quali “Non trovi il prodotto? Prova a filtrare per categoria” aumentano l’engagement.
  3. Costruiscono fiducia
    Un tono coerente, amichevole e umano comunica empatia. L’utente percepisce di avere a che fare con un brand che capisce le sue esigenze.
    Un messaggio di caricamento come “Ci siamo quasi… prepariamo qualcosa di bello per te!” invece di un anonimo “Loading” aumentano la percezione di umanità della macchina.
  4. Rafforzano la brand voice
    Ogni parola nell’esperienza digitale è un’opportunità per comunicare personalità. Il microcopy diventa uno strumento per distinguersi.
    Airbnb scrive “Ti manca solo un clic per iniziare la tua avventura”.
    Slack usa: “Pronto per iniziare? Il team non vede l’ora di conoscerti”.

Come si scrive un buon microcopy?

Ecco alcune buone abitudini per una sana e robusta scrittura.

  • Sii chiaro, prima che creativo: la funzionalità viene prima della forma.
  • Parla come il tuo utente: usa un linguaggio naturale, semplice, specifico. Tuttavia, ricorda che naturale non significa volgare, sciatto, misogino. Niente bro quando scrivi per un target adolescenziale. O neh quando pensi al Piemonte.
  • Anticipa bisogni e dubbi: pensa come l’utente, previeni le incertezze, rassicura. Gli adulti sono bambini/e di 8 anni dentro un corpo più grande: agisci di conseguenza.
  • Sii coerente: mantieni lo stesso tono in tutti i punti di contatto (touchpoint).
  • Testa e ottimizza: anche un piccolo cambiamento nel microcopy può migliorare drasticamente la conversione.

Potrebbe interessarti anche:

Il ruolo del copywriting nell’integrazione tra social proof e UGC.

Il legame tra social proof, UGC e copywriting: creare contenuti autentici e credibili.

Ho letto Carla Lonzi: ecco cosa mi ha colpita di più.

La casa editrice La Tartaruga ha rimesso sul mercato “Sputiamo su Hegel – e altri scritti” di Carla Lonzi, dopo una lunga assenza dalla stampa.

La mia generazione di femministe è abituata a parlare di temi quali sessualità, attivismo e libertà di scelta sul proprio corpo, ed è stato splendido ripercorrere a ritroso la marcia che ci ha condotte sin qui, a oggi. Alcune osservazioni, in particolare, hanno preso casa nella mia testa.

Le donne stesse accettano di considerarsi “seconde” se chi le convince sembra loro meritare la stima del genere umano: Marx, Lenin, Freud e tutti gli altri.

Le donne sono persuase fin dall’infanzia a non prendere decisioni e a dipendere da persona “capace” o “responsabile”.

Chi genera non ha la facoltà di attribuire ai figli il proprio nome: il diritto della donna è stato ambito da altri di cui è diventato il privilegio.

La dialettica servo-padrone è una regolazione di conti tra collettivi di uomini.

La parità di retribuzione è un nostro diritto, ma la nostra oppressione è un’altra cosa. Ci basta la parità salariale quando abbiamo già sulle spalle ore di lavoro domestico?

Non salterà il Mondo se l’uomo non avrà più l’equilibrio psicologico basato sulla nostra sottomissione.

La donna clitoridea, affermando una sessualità in proprio il cui funzionamento non coincide con la stimolazione del pene, abbandona il pene a sé stesso.

L’interdizione all’autoerotismo ha colpito duramente la donna perché l’ha consegnata inesperta e colpevolizzata al mito dell’orgasmo vaginale che per lei è diventato “il sesso”.

Ecco sono sicura che leggendo queste parole a ciascuna sarà venuto in mente almeno un episodio. Se non due o più. Questa è la prima caratteristica di un libro intramontabile: irradia luce a prescindere dall’era in cui viene letto.

Potrebbe interessarti anche:

Recensione di “Il mito della bellezza” di Wolf.

Ci avevi pensato? Io no. Breve checklist da salvare e stampare.

Recensione di “Il mito della bellezza” di Wolf (Random House Vintage Books, in Italia tradotto da Tlon)

Avete presente quando leggete una quote di qualche scrittrice, o di un personaggio storico? Provate come un senso di appagamento, perché in quella citazione da poche parole è riassunto efficacemente un concetto complesso. Nonostante le due tre righe, il sentimento che suscitano è sviluppato, profondo, potente.

Ecco: leggere “Il mito della bellezza” di Naomi Wolf è proprio questo. 291 pagine di parole cesellate come fa un’artista, andando senza mezzi termini alla radice dei concetti. Alcune/i definiscono Wolf brutale, io preferisco pensare che non sbrodolare sia un preciso intento politico.

Leggere what would be masochism in a man has meant survival for a woman (ciò che per un uomo sarebbe masochismo è sopravvivenza per una donna) ti srotola lì di fronte agli occhi tanto. Tutto. Il Capitolo intitolato “Violenza” è un capolavoro di ricerca e narrazione.

Gli anni di dolorose cerette all’inguine anche in pieno inverno, le violenze ostetriche, la grassofobia. Tutto lì, a pochi centimetri dalla nostra faccia. Questa per me è vera potenza, fuoco vivo che non ha bisogno di altri accessori.

Una fissazione culturale per la magrezza femminile non è un’ossessione per la bellezza, è un’ossessione per l’obbedienza.

Capitolo “Fame”

La definizione di bello e sexy cambia costantemente per servire un ordine sociale.

Capitolo “Sesso”

E il capitolo sul tema religione, mamma mia. Per me il vero must di questo libro, al contempo inquietante e attualissimo, nonostante “Il mito della bellezza” sia stato pubblicato per la prima volta nel 1990.

C’è tutto: il nostro cuore, le nostre paure, i sacrifici, i sensi di colpa, il sentirci sempre giudicate sotto un microscopio. I silenzi, la pornografia, gli orgasmi mai arrivati e finti. Le mestruazioni. La masturbazione. La maternità. C’è tutto quanto ogni ragazzina al Mondo dovrebbe sapere, per costruire qualcosa di sé che prenda una strada divergente.

Da dove cominciare? Dall’essere senza vergogna. Dall’essere avide. Ricercare il piacere. Evitare il dolore. Indossare e toccare e mangiare e bere ciò che ci pare. Tollerare le scelte di altre donne. Ricercare il sesso che vogliamo e combattere fieramente contro il sesso che non vogliamo. Scegliere le nostre battaglie. (…) Cantare quella bellezza e ostentarla e mostrarla: nella politica della sensualità, il femminile è bellissimo. Una definizione di bellezza che ama le donne soppianta la disperazione con il gioco, il narcisismo con l’amor proprio, lo smembramento con la completezza, l’immobilità con l’azione. (…) La prossima fase del nostro movimento come donne, da sole e insieme ad altre, (…) dipende oggi da quel che decidiamo di vedere quando guardiamo lo specchio. Cosa vedremo?

Capitolo “Beyond the beauty mith”

Potrebbe interessarti anche:

Recensione “RacConti” di Tia Taylor

Perché leggere “Donne in viaggio” di Lucie Azema (TLON)

Ci avevi pensato? Io no. Breve checklist da salvare e stampare.

Leggere “Il femminismo è per tutti” di bell hooks è stato fondamentale per la mia formazione di attivista, madre e professionista.

In questo libro, i percorsi di autocoscienza – peraltro già noti in Italia sin dai tempi dei Mitici Anni ’70 ad opera di figure cardine come Carla Lonzi – sono la base di un percorso di ripensamento della propria situazione famigliare e lavorativa in un’ottica di parità di genere. Si parte sempre da sé stesse per scardinare gli elementi di sessismo che abbiamo interiorizzato fin da quando eravamo piccole. Non ne abbiamo alcuna colpa. Oggi quei tratti li portiamo avanti senza nemmeno realizzarlo, e potremmo trasmetterli senza volerlo all’educazione di bambine e bambini.

Condivido con voi gli appunti su me stessa: sentitevi libere/i di condividere i vostri.

QUI PUOI SCARICARE LA MIA CHECKLIST, GIÀ PRONTA DA STAMPARE E ARRICCHIRE.

Usa il tuo cognome. Anche se sei sposata, usa il tuo cognome. E dallo alle tue figlie/i: si può fare.

Prendi spazio in casa. Non stare tanto tempo in cucina. Non sistemare la seconda televisione sfigata in cucina mentre quella faiga sta in salotto, e la guarda solo tuo marito per il calcio. Troppe volte, anche nelle nuove generazioni, si nota come a fine pasto le donne si alzino per sparecchiare mentre gli uomini si godono l’amaro. Bevi il dannato limoncello da seduta. O – meglio – bevilo mentre fai sparecchiare il tuo compagno/marito.

Se puoi, creati uno spazio tutto per te con una serratura per chiuderlo. Se non puoi, rivendica gli spazi della casa: il divano, il salotto. Il telecomando. Prendi il dannato telecomando e decidi tu cosa guardare la sera con la tua famiglia.

A parità di mansione, investi in una donna. Scegli dottoresse, avvocatesse, negozi gestiti da donne. E nel caso delle ginecologhe, controlla che non siano obiettrici: puoi farlo sulla mappa di Obiezione Respinta.

Alle feste di Natale o di compleanno, regala alternative femminili: libri, soprattutto.

Non commentare mai, per nessuna ragione, il corpo di un’altra donna. Neanche se va a Sanremo. Neanche se secondo il tuo personalissimo giudizio non è in salute. Non. Commentare. Mai. Un. Corpo. E già che ci sei, parti dal non giudicare male il tuo, di fisico.

Vuoi fare qualcosa? Vai al cinema da sola o prenota per una al ristorante. Vai da sola. Viaggia da sola.

Nota quando dici le parole scusa, disturbo, nel mio piccolo, pazienza. Nota a chi e quando dici queste parole. Nota quanto spesso le dici.

Vota. Sempre. A livello nazionale fino a quello locale e di quartiere. Dalla Sindaca/o alla/al rappresentante di classe.

Scegli. Anche al supermercato, anche la marca del sugo di pomodoro.

Non accettare subito un “no” (a meno che si tratti di rapporti con altre persone, situazioni nelle quali vanno rispettati e basta). Se puoi, trova altre strade. Trova altri modi per arrivarci.

Partecipa alle riunioni di condominio. Polemizza in modo costruttivo.

Al lavoro, presentati senza blocco note o penna e rifiutati di prendere gli appunti per tutte/i. Siediti davanti, al tavolo.

A meno che la situazione non lo richieda espressamente, usa un tono di voce alto. Alza la mano. Alzati in piedi.

Conta i soldi. Parla di soldi. Soprattutto alle tue figlie/i. Investi in banca e insegna alle tue figlie/i ad investire i primi stipendi.

QUI PUOI SCARICARE LA MIA CHECKLIST, GIÀ PRONTA DA STAMPARE E ARRICCHIRE.

Zerowaste e femminismo: due anime conciliabili?

Ve lo dico subito: per me la risposta è no. Non fraintendetemi: resterò sempre convinta che ridurre il nostro impatto ambientale sia una buona prassi, per la vita e per il portafogli. Ma.

La maggior parte delle pratiche zerowaste coinvolge le donne. E non per aiutarle. Mi piacerebbe che le guru zerowaste (le più note sono donne) usassero la propria voce per rivendicare politiche di distribuzione dei doveri ambientali che coinvolgano da vicino multinazionali e governi, responsabili da soli di moltissime emissioni nocive e sprechi colossali. Mi piacerebbe vederle organizzare manifestazioni, e stare lì in prima fila con i loro bei cartelloni, a metterci la faccia di fronte alle forze dell’ordine schierate. Mi piacerebbe vedere che si fanno portavoce di iniziative internazionali, sapete quelle con tanto di discorsi pubblici e articoli di giornale in cui si chiede a McMaretta un impegno concreto nel riconvertire tutti i contenitori in plastica entro il duemilaventisubito.

Mi piacerebbe ma non è così. Al contrario, il movimento zerowaste è principalmente concentrato sullo sforzo della singola persona e sulle sue abitudini, che devono cambiare per trainare altre/i e cambiare il Mondo. Sul serio ci crediamo Batman? Sul serio mi state dicendo che se 1 milione di persone smette di comprare lo yogurt in vasetto di plastica allora va tutto bene?

E infatti tutto bene non va. Nel suo libro – un cult per il movimento – “Zero rifiuti in casa. 100 astuzie per alleggerirsi la vita e risparmiare”, l’esperta Bea Johnson elenca ciò che chiunque si sia mai avvicinato allo zerowaste conosce a menadito: risparmiare, riutilizzare, ridurre, riciclare, rifiutare. Ma di preciso cosa ci viene detto che dobbiamo “risparmiare, riutilizzare, ridurre, riciclare e rifiutare” per “alleggerire”? Prodotti di vita quotidiana che coinvolgono da vicino principalmente l’universo femminile.

Esempi? Una marea. Detersivi fatti in casa (da una donna – e hai voglia a grattugiare il sapone di marsiglia, sì l’ho fatto), prodotti alla spina (comprati, non certamente con risparmio, da una donna), assorbenti lavabili (da una donna), coppette da sostituire agli assorbenti esterni ed interni (con apprendimento a cura della donna in questione). Pannolini lavabili (da una madre). Cucina mi raccomando varia e vegetale (se diventassi vegana meglio, ma va beh ti perdoniamo solo perché siamo magnanime) però solo verdura e frutta del mercato di stagione biologica certificata e portandoti da casa la sportina in stoffa. Carne e pesce idem. Formaggi e yogurt neanche a parlarne. Pausa pranzo rigorosamente in baracchino, preparata (da una donna) a casa.

Come come? Lavori 8 ore al giorno, hai 2 figli in età scolare e il c***o di mercato c’è solo al mattino quindi non ci puoi andare? MALE. Molto male. Non ci credi abbastanza, non ci stai provando bene. Se volessi davvero, tutto è possibile. Guarda la Johnson: lei ha due figli ormai adolescenti ma suggerisce a te di non metterli proprio i pannolini ai pargoli, ché la Eliminazione Comunicazione si sa è praticissima per una mamma, visto che è solo una mucca e una lavandaia. Per fortuna ancora nessuna è arrivata a dire che le badanti che si occupano dei nostri anziani/e dovrebbero usare pannoloni da adulti lavabili: si vedrebbe troppo bene quanto classiste e maschiliste siano idee del genere.

E poi via. Tagliare. Minimalismo. Via tutto quel che riguarda, di nuovo casualmente, l’universo femminile della bellezza: cioè mi viene detto dalla società in cui sono immersa fino al collo che devo essere “presentabile” e “bella” ma poi qui mi si dice che la manicure no, la tinta se non è henné naturalissimo no, la lametta no a meno che non sia in metallo (scivolosa, costosa e taglientissima, per chi non l’avesse mai provata – io sì), ceretta no, il reggiseno no anche se poi devo andare in ufficio e non mi sento a mio agio. Come dentifricio una bella spruzzata di bicarbonato: se la dentista ti dice che è un filino aggressivo è solo una sporca venduta alle BigggFarma.

Spulciando il blog della giovane guru di turno troverai 470 suggerimenti di bellezza zero-sprechi. Foto patinate bellissime, tanta luce naturale, verdi brillanti. Poi ti accorgerai che si tratta di una 30enne senza imperfezioni sul viso, senza problemi di acne né cicatrici né capelli bianchi, con un corpo magrissimo e super ultra conforme ai canoni di bellezza moderna. E d’un tratto sentirai quel sottile, impercettibile sex toy abilista in legno (sì, devi sostituire anche quello cosa credevi sporcacciona) che ti prende per il c**o.

Sui preservativi meglio che non mi esprimo come vorrei o mi denunciano. Perché se io leggo che siccome sono di plastica i preservativi meglio non usarli, che i “rimedi naturali” sono “meglio per te e per l’ambiente”, che è meglio prendere la pillola (scaricando di nuovo ogni onere sulle spalle di una donna) SBROCCO MALAMENTE.

Tutto questo suona giusto? Non hai ancora visto niente. Aspetta di trovarti in un negozio dell’usato per scegliere l’abbigliamento per i tuoi figli/e. Ah non c’è la misura? MALE. La città è piena di negozi second hand e tu non trovi il grembiulino verde a quadretti che chiede la scuola materna? Mettiti a cercare, e muoviti in bus anche se vieni da Frabosa Soprana con le sportine di stoffa mi raccomando: se no riparti dal via col +1 sul senso di colpa. E poi c’è il Natale, ORRORE DEGLI ORRORI: come diavolo farai a trovare il camper di Barbie usato? E le dannate piste delle Hot Wheels ce le avranno? Inutile cercare tra i consueti post della guru: lei figli/e non ne ha e vive a New York o in California, povera sfigata che non sei altro.

Bon, quest’anno Babbo Natale risolve facile. Un contenitore in vetro. Vuoto. Perché le brave bambine imparano il minimalismo sin da piccole. E via a salvare il Mondo, proprio come Batman, ancora solitarie e cariche, di responsabilità più che di regali.

Potrebbero interessarti anche:

Attualità – Anche i grandi brand scoprono lo zerowaste

3 modi per usare Amazon se sei un* zerowaster pigr*

Review libri: “Stai zitta” di Murgia (Einaudi)

Nell’avvicinarsi al 25 Novembre – Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne – mi piace segnalare questo libro: 113 pagine dense ma accessibilissime anche a chi non è interessata/o a saggi femministi o ha poco tempo libero e detesta impegnarlo in pipponi teorici.

Il libro prende titolo da un episodio accaduto a Michela Murgia, scrittrice, durante il suo lavoro in Radio Capital, e da lì dipana una folta casistica di situazioni pratiche nelle quali alle donne viene intimato il silenzio. L’episodio scatenante vede protagonista Raffaele Morelli, psichiatra e scrittore, che in diretta radiofonica – incalzato da Murgia su alcune dichiarazioni misogine da lui rilasciate nei giorni precedenti – perde le staffe e inveisce con Zitta! Zitta e ascolta!.

Come molte donne purtroppo Murgia ricorda non solo come non fosse la prima volta che stai zitta le venisse intimato da soggetti sessisti ma anche come ognuna di noi sia in grado di richiamare facilmente a memoria almeno un paio di episodi simili, accaduti ad altre donne che conosciamo o seguiamo.

Politici, intellettuali, giornalisti, fino ad arrivare ai più vicini colleghi, amici, parenti. Compagni, mariti, figli. Padri. Insulti e stereotipi sessisti cadono a pioggia su donne di ogni età, estrazione sociale e professione, ed è per questo che trovo interessante il lavoro fatto da Murgia in questo libro: non tanto e non solo la ripetizione di parole tossiche e feroci (comunque importante, in termini di presa di coscienza condivisa) quanto una cassetta degli attrezzi fatta di strumenti, risposte pratiche argomentate.

Per ognuna delle 11 macro-categorie prese in considerazione dal libro, Murgia spacchetta i vuoi avere sempre ragione, gli eh allora le quote facciamole un po’ su tutto, i lei sì che è una vera donna, le volte in cui sui quotidiani una professionista che ottiene un successo viene nominata col nome di battesimo anziché col cognome, come fosse l’amica con la quale abbiamo confidenza. Gli esilaranti anche gli uomini subiscono le stesse discriminazioni. I mitici che palle non si può più dire niente, su cui sono stati scritti persino libri. I viscidi eh vedrai che appena trova il c***o si calma, che tanto ricordano la volgarità di un collega nei confronti di Greta Thunberg, collega che potrebbe essere suo padre per età e che quel giorno come massima azione a favore dell’ambiente avrà buttato la carta igienica nel cesso anziché fuori.

Un breviario, anzi – meglio – un vero vocabolario, da tenere in borsa, consultare all’occorrenza e infine imparare a memoria, per arrivare pronte con la prossima risposta e poi brindarci su. Facendo molto rumore, naturalmente.

Ti potrebbe interessare anche:

Review libri: “Cuba Libre” di Yoani Sánchez (BUR)

5+1 libri da leggere in viaggio

3 modi per usare Amazon se sei un* zerowaster pigr*

Chi dice che le/gli zerowaster debbano necessariamente snobbare Amazon? Possiamo usarlo (non abusarne) a nostro favore, con criterio e senza sminuire i nostri valori.

Ecco cosa ho scoperto di interessante e come può esserti utile.

  • Libri usati. Torino dispone di un’ottima rete di biblioteche civiche e bibliobus, che raggiungono ogni quartiere della città almeno una volta a settimana. Tuttavia, capita che alcune delle uscite più recenti non siano ancora disponibili in catalogo BCT quando ci servono, magari con urgenza o per motivi di lavoro. Quindi, una buona idea è spulciare online: su Amazon, una volta ricercati autore o titolo desiderato, è disponibile l’opzione Confronta Nuovo e Usato.
  • Vetrine digitali di negozi fisici e piccole imprese. Spesso i piccoli punti vendita (erboristerie, negozi di oggettistica e accessori, parafarmacie, librerie dell’usato, cartolerie) o le PMI delle più svariate categorie non dispongono di budget a sufficienza per mettere in piedi un ecommerce indipendente, perciò decidono di aprire una vetrina su Amazon. Facendo clic su Visita lo Store o – scrollando verso il basso nella pagina prodotto – su Venditore, puoi sempre scoprire da dove proviene quello che compri e scegliere consapevolmente.
  • Made in Italy. Se sei alla ricerca di idee regalo o alternative nazionali di prodotti che compri abitualmente, la vetrina Made in Italy di Amazon può aiutarti. Basta digitare Made in Italy nella barra di ricerca e selezionare la categoria desiderata. Sono disponibili anche i Percorsi Regionali: per ciascuna Regione d’Italia troverai eccellenze, idee regali ma anche prodotti di uso quotidiano. Qualche esempio per il Piemonte? Vini, liquori, gioielli d’artista e – che ve lo dico a fare – creme spalmabili dolci 😀

Ti potrebbe interessare anche:

Shopping Zerowaste: come si fa e dove a Torino

#shopyourcloset: come ottimizzare e rinnovare il guardaroba che hai già

Review libri: “Il Budda, Geoff e io” (Esperia)

recensione-social-media-torinoTutti noi nella vita conosciamo una persona incredibilmente paziente.
Quella che fa le cose che vanno fatte, che ci ascolta quando siamo molesti e lamentosi, quella che stimiamo perché in fin dei conti non esiterebbe ad infilare un braccio in uno scarico intasato e puzzolente per fare un favore ad un amico: da questa semplice considerazione ha inizio la trama.

Per certi versi è la classica storia di redenzione – con il protagonista Ed sfigato e nevrotico che si ritrova senza lavoro e senza fidanzata – ma in questo caso pagina dopo pagina l’elemento buddista porta la narrazione su strade differenti e meno scontate, complicando piacevolmente non il linguaggio quanto i concetti. Al centro del twist c’è il personaggio di Geoff, buddista divorziato che non disdegna una birretta al pub: proprio quella persona paziente che, infilando quel braccio in un water scassato, mostra per primo al protagonista un nuovo modo di pensare al futuro e a sé stessi.

Ci sono storie per il cervello e storie per l’anima: in questo libro, l’autore riassume con efficacia entrambi gli obiettivi, rendendo i concetti buddisti alla portata di tutti (persino della “generazione Mtv”, come suggerisce la recensione dello Yoga Journal americano in quarta di copertina). Il precetto che mi è piaciuto di più è senza dubbio quello di Saggezza Coraggio Compassione – così immediato, e ciascuno di noi può relazionarvisi nella vita quotidiana – ma mi sono accorta che il libro era approdato all’animo quando, di fronte ad una rogna di lavoro, ho pensato Oh no, dai: sto lasciando che il mio Amico Maligno prenda il sopravvento.

Come unico spoiler vi lascio il (prevedibile) lieto fine, non senza un clamoroso colpo di scena, e giù di lì troverete anche la risposta alla domanda cruciale: ce la farà il nostro eroe a diventare uno scrittore? Quale eredità sarà riuscito a trasmettere l’amico Geoff?

Leggere spendendo poco (legalmente): 6 modi

pexels-photo-459791Sto parlando di passione per la lettura, quella che ti fa stare sveglio per una notte intera rincorrendo il finale di quel romanzo che ti ha calamitato il cervello. E sto parlando anche del portafogli, quello che piange dopo averti visto “capitare per caso” in libreria in un anonimo giovedì pomeriggio.

Questi sono i miei stratagemmi furbi per risparmiare senza perdere neanche una pagina.

Amazon: sapevate che spesso questo portale mette a disposizione ebook a meno di 1 €, se non addirittura free? Ecco il link QUI. Potete trovare la stessa modalità su altri portali, come Mondadori, IBS o Feltrinelli. Per chi usa il Kindle o il Kobo

Acciobooks: scambiate low cost o gratuitamente libri nuovi o usati, pagando il costo ridotto del Piego di Libri per la spedizione. Alla mera compravendita si aggiunge in questo caso l’elemento umano: tempo fa ho postato su Instagram uno scambio che mi sta a cuore, eccolo QUI. Per chi non rinuncia alla carta stampata

Biblioteche Civiche Torinesi: ce ne sono molte, in tutti i quartieri di Torino, e spesso ospitano incontri con gli scrittori. Per chi ama gironzolare in città

Archive: testi della letteratura tradizionale, ormai liberi da diritti. Per chi ama i classici

Progetto Gutenberg: altri classici, anche in lingua stranieraPer chi vuole mettersi alla prova con inglese, francese e molto altro

LiberLiber: libri low cost ma anche gratis. Per chi vuole contribuire ad un bel progetto

Buoni propositi: 9 libri che vale la pena leggere nel 2016

La domanda Quanti libri hai letto quest’anno? è un po’ come Cosa farai a Capodanno? chiesto il 2 di Settembre: sgradita al limite del chissenefrega.
Comunque, se siete indecisi per il 2016, ecco qualche personalissimo consiglio: siete liberi di integrare o cassare, fatemi sapere quali libri vi sono piaciuti 😉

Narrativa

Vita di Pi di Yann Martel – C’è questo libro indiano ma così indiano che ti accoglie in un mondo fatto di mille colori e profumi, poi ti scaraventa in un concetto di religione (e di pensiero e di vita)  illuminante e alla fine ti trascina in alto mare, nel dolore più profondo che diventa lotta per la sopravvivenza. Bellissimo.

Viaggi

My Little China Girl di Giuseppe Culicchia – Non è troppo lungo e per di più risulta godibilissimo, grazie alla scelta dell’autore di mescolare registri differenti, stili, scene divertenti. Consigliato soprattutto se per voi la Cina fa solo rima con Made in.

Autostop con Buddha di Will Ferguson – Lo leggi e riesci a immaginarti senza neanche uno sforzo quest’occidentale grande e grosso che vaga in autostop per il Giappone, preda di tragicomiche disavventure. Molto bello, uno dei miei preferiti del 2015.

Giallo

A che ora muori? di Simone Carabba – C’è Genova, che non è la mia città preferita e c’è il giallo, che non è il mio genere preferito: nonostante questo il libro mi ha coinvolta. Per questo, consigliato.

Attualità

È questo l’islam che fa paura di Tahar Ben Jelloun – Un libro utilissimo e illuminante, per capire, ad esempio, come mai la Francia laica e multiculturale abbia subito due attentati e sia tutt’ora a rischio. Arricchito di argomenti completi, orizzonte internazionale e onestà.

Tecnologia

Cypherpunks di Julian Assange, Jacob Appelbaum, Andy Müller-Maguhn, Jérémie Zimmermann – Quattro personalità di spicco del mondo tech e hacker si sono ritrovati a discutere di Internet, sorveglianza di massa, libertà e valori della Rete.

Nei mesi scorsi ho recensito nel dettaglio anche Educazione Siberiana di Nicolai Lilin e Cuba Libre di Yoani Sanchéz: potete leggere i rispettivi post qui e qui. Chi invece si occupa di scrittura, arte e creatività può leggere questo post qui.