Perché nel B2B lo storytelling funziona meglio dei dati tecnici

Nel mondo del B2B, spesso ci si affida a specifiche tecniche, tabelle comparative, percentuali e ROI previsti come strumenti principali di persuasione. Eppure, nonostante questi elementi siano fondamentali, la semplice esposizione dei dati non è sufficiente per convincere un buyer aziendale. Al contrario, lo storytelling — la narrazione attorno a un problema, a una trasformazione, a un risultato — mostra sempre più il suo potere.
Vediamo perché, e come applicarlo.

  1. Le limitazioni del “solo dato”
    I dati tecnici sono oggettivi, e per questo rassicuranti. Ma presentati da soli possono risultare
    astratti: numeri e percentuali non sempre aiutano a visualizzare un contesto concreto;
    difficili da ricordare: uno studio ha evidenziato che storie vengono ricordate fino a 22 volte più dei “soli fatti”.
    limitati nella costruzione della fiducia: nel B2B la decisione non è puramente tecnica, ma coinvolge persone, relazioni, fiducia. I dati possono supportare, ma da soli non costruiscono la connessione.
    vissuti come “rumore” in un ambiente dove l’audience riceve continuamente tabelle, slide, report: senza contesto e significato, rischiano di essere ignorati.
    Un esempio: presentare “il nostro software riduce i costi del 15%” è utile. Ma senza raccontare come, in quale contesto, con quali implicazioni umane, quel “15%” rischia di non colpire abbastanza.
  2. Perché lo storytelling vince nel B2B
    Ecco i motivi principali per cui lo storytelling funziona meglio — o meglio: insieme ai dati, ottiene risultati molto superiori — nel B2B.
    a) Attiva più parti del cervello
    Le neuroscienze mostrano che una narrazione ben costruita attiva non solo le aree linguistiche del cervello, ma anche quelle sensoriali, emotive, associative.
    In pratica: quando racconto una situazione in cui un’azienda aveva un problema, ha usato una soluzione e ha ottenuto un risultato, il lettore “vede” questa scena, la “sente”, la ricorda. Questo genera un’impronta più profonda rispetto ai dati “freddi”.
    b) Trasforma complessità in significato
    Molti prodotti o servizi B2B sono tecnici, complessi, richiedono spiegazioni. Lo storytelling aiuta a tradurre queste complessità in narrazioni comprensibili, che spiegano “chi”, “cosa”, “come” e “perché”.
    Ad esempio: anziché spiegare tutti gli algoritmi di un software di analisi, racconto come un responsabile marketing ha identificato un segmento di clienti dormienti, lo ha riattivato, e ha generato un bel +20% di vendite. Il cliente ideale si identifica.
    c) Costruisce fiducia e relazioni
    Nel B2B la decisione d’acquisto non è solo razionale: c’è un fattore umano forte. Il buyer cerca un partner affidabile, non solo un fornitore. Lo storytelling permette di mostrare valori, visione, missione, impatto reale — elementi che i semplici dati non trasmettono al 100%.
    Raccontare una storia di trasformazione crea empatia, e l’empatia genera fiducia.
    d) Favorisce la memorizzazione e la condivisione
    Le storie sono più facili da ricordare (“ricorda la storia della startup che …”) e più facili da condividere all’interno dell’azienda cliente (un decisore la racconta al team, al board). I dati puri, invece, possono rimanere confinati in una slide.
  3. Dati e storytelling: una coppia vincente
    Attenzione: non si tratta di “dati vs storytelling”, ma di “storytelling + dati”. I dati tecnici rimangono fondamentali nel B2B — per motivi di credibilità, verifica, ROI. Ma lo storytelling è il vettore che li trasporta, li rende accessibili e memorabili.
    Ad esempio?
    Inizia con una narrazione: “Quando la società X aveva un calo del 30% nelle richieste di preventivo…”
    Inserisci i dati tecnici: “…il nostro sistema ha permesso un aumento del +25% in sei mesi, con una riduzione del 20% dei costi operativi.”
    Chiudi con un messaggio relazionale: “Il team interno ha potuto dedicarsi a progetti strategici, liberando tempo e risorse. Oggi collaborano con noi come partner di lungo termine.”
    Questo approccio unisce la forza razionale (dati) con la forza emotiva e umana (narrazione).
  4. Applicazione pratica nel B2B
    Ecco alcuni suggerimenti operativi per sfruttare lo storytelling nel contesto B2B.
    Identifica il “personaggio” — Può essere un cliente, un responsabile di reparto, un progetto.
    Definisci la sfida — Quale era il problema concreto che impediva di raggiungere gli obiettivi?
    Mostra la trasformazione — Come la soluzione è stata implementata e qual è stato il cambiamento.
    Inserisci i dati — Supporta la storia con numeri concreti, metriche, risultati oggettivi.
    Invita all’azione — Concludi con un messaggio che coinvolge: “Immagina se…”, “Scopri come poter ottenere…”.
    Adatta al target — Nell’ambito B2B ci sono più stakeholder: CEO, CTO, marketing manager. Racconta storie che parlino anche ai valori e alle priorità di ciascuno.
  5. Quando i dati da soli non bastano e occorre una narrazione
    Ci sono alcune situazioni tipiche in cui la narrazione è ancora più cruciale nel B2B.
    Mercati saturi: dove molte soluzioni sembrano simili. Una storia differenziante può emergere.
    Soluzioni complesse: dove il buyer ha difficoltà a capire “come funziona” e “dove sta il vantaggio concreto”.
    Decisioni ad alto coinvolgimento: acquisti strategici, partnership a lungo termine. Qui la fiducia è essenziale, e serve tempo.
    Buyer che fanno ricerca autonomamente: molti comprano online prima di interagire con un venditore. La storia che trova può influenzare il processo.

Nel B2B, i dati tecnici sono indispensabili, ma non sono sufficienti per persuadere, coinvolgere e fidelizzare. Lo storytelling entra in gioco come ponte tra la razionalità del dato e l’umanità della decisione.
Una narrazione ben costruita rende i numeri significativi, crea connessione emotiva, costruisce fiducia e lascia un’impronta più duratura.
Se vuoi davvero che il tuo messaggio B2B arrivi — non solo che venga visto, ma che venga ricordato e agisca — allora non puntare solo sui fogli di calcolo: racconta una storia.

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Per anni, il copywriting B2B (Business-to-Business) è stato sinonimo di linguaggio tecnico, descrittivo, spesso impersonale. Manuali, brochure, white paper e siti aziendali parlavano alle aziende come se fossero macchine, non persone.
Oggi tutto è cambiato.

Nel 2025, il copywriting B2B è diventato relazionale, empatico, narrativo — un ponte tra brand e persone, costruito con parole che ispirano fiducia e connessione.
Vediamo come e perché è avvenuta questa trasformazione.

  1. L’era del linguaggio tecnico: quando contavano solo i dati
    Per comprendere l’evoluzione, bisogna partire dalle origini.
    Nel B2B tradizionale, il copywriting aveva un unico obiettivo: trasmettere competenza.
    Le aziende comunicavano attraverso un linguaggio altamente tecnico, pieno di acronimi, specifiche, formule e termini settoriali.
    Il tono era freddo, formale, oggettivo.
    E funzionava — per un certo periodo.
    In un mercato dove le informazioni erano scarse, essere “più tecnici” significava essere più credibili.
    Ma poi il mondo è cambiato. E con esso, anche il modo in cui le aziende comprano.
  2. Il nuovo buyer B2B: informato, esigente, umano
    Oggi chi prende decisioni in ambito B2B:
    – è più informato (grazie a ricerche online, community e benchmark);
    – è più autonomo (oltre il 70% del processo decisionale avviene prima di contattare un venditore);
    – è più attento all’esperienza che al prodotto in sé.
    In altre parole, il buyer aziendale non compra più solo soluzioni: cerca partner di fiducia, brand che comprendano le sue sfide e sappiano parlare il suo linguaggio.
    Da qui nasce la svolta: il copywriting B2B non può più limitarsi a elencare specifiche — deve costruire relazioni.
  3. Dalla logica all’emozione: il copy che connette
    Nel marketing moderno, anche nel B2B, le emozioni guidano le decisioni.
    Non si tratta di sentimentalismo, ma di psicologia comportamentale: la fiducia, la sicurezza, l’empatia influenzano la percezione del valore.
    Il copywriting B2B relazionale:
    – parla di problemi reali e soluzioni concrete;
    – usa un tono umano, chiaro e vicino;
    – racconta storie (di clienti, di risultati, di persone dietro al brand).
    Non più: “La nostra piattaforma ERP è basata su un’architettura modulare avanzata.
    Ma: “Con la nostra piattaforma, il tuo team può lavorare in modo più coordinato e ridurre gli errori del 30% in tre mesi.
    È un passaggio fondamentale: dal cosa facciamo al come ti aiuta.
  4. Il ruolo della narrazione: dallo storytelling al “storydoing
    Il nuovo copywriting B2B non racconta solo storie, le vive insieme al cliente.
    Questo approccio, chiamato storydoing, trasforma i messaggi aziendali in esperienze concrete e condivise.
    – I case study diventano narrazioni coinvolgenti, non semplici schede tecniche.
    – Le testimonianze si arricchiscono di contesto, emozioni e risultati.
    – I contenuti (white paper, eBook, landing page) si costruiscono intorno ai bisogni reali dei buyer, non solo ai vantaggi del prodotto.
    In sintesi: si passa dal dire cosa si fa al mostrare come si migliora la vita del cliente.
  5. L’impatto dell’IA e della personalizzazione
    Il 2025 segna anche una nuova fase del copywriting B2B: l’incontro tra tecnologia e umanità.
    L’intelligenza artificiale aiuta i copywriter ad analizzare dati, segmentare audience, creare messaggi su misura.
    Ma l’elemento distintivo resta la capacità umana di empatizzare: interpretare sfumature, tono, cultura aziendale.
    Il copy relazionale non è solo personalizzato: è pertinente.
    Parla al decision maker giusto, nel momento giusto, con il messaggio giusto.
  6. Come scrivere oggi per relazionarsi nel B2B
    Ecco alcune linee guida per un copywriting B2B davvero relazionale:
    – Parla con chiarezza: elimina il superfluo, spiega in modo diretto e umano.
    – Mostra comprensione: dimostra che conosci i problemi del tuo interlocutore.
    – Usa la voce del brand: coerente, riconoscibile e vicina.
    – Integra prove reali: dati, risultati, testimonianze concrete.
    – Crea dialogo: invita all’interazione, non alla semplice lettura. In altre parole, scrivi per la relazione, non per la vetrina.
  7. Il futuro: autenticità come vantaggio competitivo
    Guardando al 2026, la direzione è chiara: i brand B2B che comunicheranno con autenticità, trasparenza e umanità avranno un vantaggio netto.
    La competenza resta fondamentale, ma non basta.
    Ciò che farà la differenza sarà la capacità di creare connessioni durature attraverso parole vere, comprensibili e coerenti con i valori aziendali.

Il copywriting B2B ha fatto un lungo viaggio: da linguaggio tecnico e impersonale a strumento di relazione e fiducia.
Oggi le parole non servono solo a spiegare prodotti, ma a costruire partnership.
Le aziende che sanno comunicare con empatia e chiarezza non vendono di più solo perché convincono — ma perché connettono.
In fondo, anche nel B2B, ogni decisione nasce da un’emozione.
E chi sa raccontarla, vince.

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Ecco alcune previsioni su come evolverà il copywriting l’anno prossimo.

I principali trend attesi per il 2026

Personalizzazione in tempo reale sempre più sofisticata

I brand investiranno in sistemi che generano copy adattivo in base al comportamento in tempo reale dell’utente: non solo varianti, ma “micro-messaggi” che cambiano secondo contesto, device, stato d’animo. La/il copywriter dovrà saper progettare non solo un messaggio unico, ma un “sistema di messaggi” dinamico.

Contenuti multimediali e modalità multimodali integrate

Copy + immagine + video + audio: la scrittura diventerà parte di flussi narrativi più complessi, in cui il testo guida interazioni visive, auditivi o immersive. I/le copywriter potrebbero collaborare più strettamente con designer, motion-graphic, audio designer, per creare esperienze integrate.

Focus ancora maggiore su autenticità, trasparenza e “human in the loop”

Con l’ascesa dell’IA generativa, la differenza competitiva sarà nel “tocco umano”: culture aziendali, storie vere, errori, fragilità, valori reali. Le comunicazioni troppo patinate o perfette perderanno credibilità.
I/le copywriter che incarnano il brand, la sua voce reale, avranno un vantaggio.

Specializzazione e competenze ibride

Il mercato richiederà copywriter che non siano solo “buone scrittrici/tori”, ma che sappiano anche capire dati, usare strumenti di automazione, collaborare con IA, progettare flussi, misurare risultati.
Questo perché la massa dei testi sarà generata automaticamente: resta vantaggio competitivo chi sa posizionarsi in nicchie elevate, strategiche, con alto impatto.

Etica, normative e rilevanza culturale/locale

L’uso dell’IA, la localizzazione dei messaggi, la sensibilità culturale, la protezione dei dati, saranno sempre più al centro. Copy errati, poco sensitivizzati, poco autentici, rischiano backlash. Pertanto, scrivere per mercati diversi, in lingue diverse, con tono adatto al contesto, diventerà una competenza cruciale.

Cosa puoi cominciare a fare da subito per prepararti

  • Inizia a usare gli strumenti IA come alleati: apprendi prompt, workflow, revisioni.
  • Sviluppa una voce chiara e differenziata: che cosa rende unica la tua scrittura?
  • Approfondisci una o più nicchie (es: SaaS, finanza, e-commerce) per diventare specialista.
  • Impara le basi dell’UX writing e microcopy: non solo “testi lunghi” ma anche “testi piccoli”.
  • Cura la localizzazione e la personalizzazione: segmenta, parla al singolo, non alla generica cliente media/o.
  • Monitora dati, risultati, conversioni: scrivere bene è importante ma saper misurare l’impatto altrettanto.

Il copywriting nel 2026 non è più solo “scrivere bene”: è saper integrare creatività, dati, tono autentico, storytelling e UX. Le persone non vogliono più essere bersagli di annunci, vogliono essere ascoltate, comprese, accompagnate. Chi saprà muoversi nel flusso dinamico della personalizzazione, dell’integrazione multimediale e del tocco umano farà la differenza.
Se sei copywriter, marketer, brand manager — o semplicemente interessato al mondo della comunicazione — questo è il momento per alzare il livello. Adattati, specializzati, collabora con l’IA, ma non dimenticare mai che la vera efficacia sta nell’umano.

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Copywriting nel 2026: cosa funziona (e cosa no)

Nel mondo del marketing e della comunicazione, il ruolo del copywriter si sta trasformando. Se fino a pochi anni fa bastava scrivere bene, oggi servono competenze trasversali, agilità tecnologica e una forte dose di autenticità. Ecco le principali tendenze per il 2026.

  1. Collaborazione uomo-macchina: l’IA come alleata, non sostituta
    L’uso di strumenti di generazione automatica (come modelli di linguaggio e sistemi di assistenza) è ormai diffuso, anche nel copywriting. Ma la vera chiave è saper integrare la tecnologia con la creatività e la sensibilità umana.
    In pratica: l’IA può redigere una bozza, suggerire titoli, aiutare nell’analisi dei dati e nella personalizzazione su scala; il copywriter aggiunge tono di voce, storytelling, contesto e vera rilevanza per il target.
  2. Personalizzazione avanzata (e dinamica)
    Nel 2026 non basta più inserire il nome del destinatario o fare un taglio unico: la personalizzazione va in tempo reale, con messaggi adattati a comportamenti, micro-segmenti, momenti di vita degli utenti.
    Questo comporta che le/i copywriter devono comprendere non solo il prodotto, ma il flusso, il “micro-momento”, e saper scrivere varianti di copy che risuonino con segmenti specifici.
  3. Ottimizzazione per la voce e il linguaggio conversazionale
    Con la diffusione degli assistenti vocali, della ricerca vocale e dei dispositivi smart, il tono del messaggio si fa più conversazionale. I contenuti devono rispondere a domande naturali, usare frasi più colloquiali (ad esempio Cosa è meglio comprare per questa esigenza piuttosto che Migliore prodotto taldeitali).
    Questo significa che il copywriting deve uscire dallo schema rigido dei titoli SEO tradizionali e abbracciare la lingua parlata, i dubbi reali dell’utente, la promessa chiara.
  4. Storytelling autentico + etica + trasparenza
    Gli/le utenti sono diventati più critici, informati e selettivi: vogliono marchi che siano coerenti, trasparenti, autentici. Nel 2026 il racconto del brand, le sue storie, il suo impegno sociale o sostenibile diventano parte integrante del copy.
    La/il copywriter deve dunque saper integrare nei messaggi elementi di valore, di coerenza, i perché del brand, evitando la retorica vuota.
  5. Contenuti immersivi, interattivi e micro-copy strategico
    Il pubblico non vuole solo leggere: vuole partecipare. Trend come quiz, sondaggi, contenuti navigabili, microcopy (es. CTA, messaggi di errore, tooltip) e UX writing stanno diventando centrali.
    Questo significa che il copywriting non è più solo “testo lungo” ma anche “micro-testo” strategico: ciò che appare nei momenti di errore, nei form, nelle interazioni più insignificanti, fa la differenza.
  6. SEO e contenuti che non spammano più
    Nel 2026 le strategie della vecchia scuola (keyword stuffing, contenuti generici) non funzionano più. Lo so: era più semplice calcolarsi la densità di keywords e poi procedere con la scrittura sapendo che saresti andata a colpo sicuro, ottenendo buoni risultati, ma quel copy non esiste più.
    Serve creare contenuti utili, originali, ben strutturati, che rispondano a una domanda reale. La/il copywriter oggi deve abbinare la SEO a utilità, profondità e qualità.

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Quando navighiamo su un sito o leggiamo una campagna pubblicitaria, spesso tutto si riduce a un momento decisivo: il clic. Quel bottone, quel link, quella frase che ti fa dire Sì, lo faccio.
Dietro quelle poche parole c’è un lavoro meticoloso: la Call-To-Action (CTA) non è solo testo, è strategia.

  1. Comprendere il contesto e l’obiettivo
    Ogni CTA nasce per ottenere un’azione specifica: iscriversi a una newsletter, acquistare, scaricare un ebook, prenotare una consulenza.
    Una/un copywriter parte da due domande fondamentali:
    – Cosa voglio che la persona faccia adesso?
    – Perché dovrebbe farlo?

    Senza queste risposte, ogni CTA rischia di diventare generica e invisibile.
  2. Parlare la lingua dell’utente
    Una CTA efficace usa il linguaggio del pubblico target.
    Se l’utente cerca soluzioni rapide, il copy potrebbe enfatizzare velocità e semplicità.
    Inizia subito oppure Scarica in 2 minuti.
    Se invece la motivazione è emotiva, può puntare su benefici personali.
    Scopri come sentirti più sicura.
  3. Essere chiari, non creativi (o meglio: creativamente chiari)
    La tentazione di scrivere frasi originali è forte, ma le priorità restano chiarezza e comprensione immediata. Tenere a mente: if it doesn’t sell, it isn’t creative è una famosa frase detta da David Ogilvy. E David Ogilvy due tre cose nel nostro settore le aveva capite insomma.
    Una brava copywriter trova l’equilibrio:
    Troppo banale → non attira.
    Troppo strano → non si capisce.
    Esempio:
    Vai al portale delle meraviglie dove tutto è bello (confusione, e dubbi in merito all’origine psichedelica di questo entusiasmo)
    Entra nella tua area riservata qui (chiarezza + invito)
  4. Inserire un beneficio immediato
    Il lettore deve capire subito cosa guadagna cliccando.
    Scarica il ricettario gratuito → valore immediato.
    Provalo gratis per 7 giorni → riduce il rischio percepito.
  5. Creare urgenza (senza pressione eccessiva)
    Una/un buon copywriter sa usare leve di urgenza in modo elegante.
    Offerta valida fino a mezzanotte
    Solo 3 posti disponibili
    La chiave è essere onesti: la falsa urgenza danneggia la fiducia.
  6. Testare, misurare, perfezionare
    Anche la CTA più brillante può essere migliorata. Una/un professionista esegue A/B test con varianti di testo e colore del bottone, analizza i tassi di conversione e ottimizza il tutto finché il risultato non è il migliore possibile.

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UX copywriting: 13 domande da farti prima di pubblicare.

Spesso la risposta sarà No ma me lo ha chiesto la/il cliente, e va bene: ogni giorno dobbiamo fare i conti con committenti, responsabili di progetto, stipendi pur sempre indispensabili. Tutte/i noi abbiamo fatto cose di cui non andiamo fiere/i per denaro. Tutte/i noi abbiamo detto dei per non avere più rotture di scatole.

Nondimeno, ecco qualche spunto utile.

CHIAREZZA PRIMA DI TUTTO

Il testo è comprensibile al primo colpo?
Ho evitato termini tecnici o ambigui?
Sto comunicando esattamente cosa succede quando si clicca?

SCRITTO PER L’UTENTE, NON PER IL TEAM

Sto usando il linguaggio del mio pubblico (non un gergo interno)?
Il tono è coerente con la voce del brand e con il contesto?

GUIDA E CONTESTUALIZZA

Il microcopy aiuta l’utente a capire cosa fare?
Anticipa possibili dubbi, errori o blocchi nel percorso?

UMANO, NON ROBOTICO

Il testo trasmette empatia o vicinanza?
Evita l’effetto “messaggio di sistema impersonale”?

TESTATO E OTTIMIZZATO

Ho testato il testo su dispositivi mobili?
Ho confrontato diverse versioni (A/B testing) per vedere quale funziona meglio?

COERENZA E CONTINUITÀ

Uso lo stesso stile e tono su tutto il prodotto/sito?
Il microcopy si integra bene con il design e l’interfaccia?

Suggerimento bonus: ogni microcopy dovrebbe rispondere a una domanda implicita dell’utente.

Cosa succede se clicco qui?
Perché mi serve questa informazione?
Cosa devo fare adesso?

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Il ruolo del copywriting nell’integrazione tra social proof e UGC

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Negli ultimi anni, il concetto di fiducia è diventato la valuta più preziosa per i brand. Le persone non comprano solo un prodotto o un servizio: acquistano sicurezza nella scelta, e questa sicurezza nasce soprattutto dalla voce di altri clienti. Qui entrano in gioco due strumenti potentissimi: social proof e user-generated content (UGC).
Ma c’è un fattore spesso sottovalutato: il copywriting. È la scrittura persuasiva, strategica e calibrata che trasforma una recensione in una leva di vendita, un post di un cliente in una storia che convince.

Social Proof e UGC: un breve ripasso

  • Social Proof: l’effetto psicologico per cui, se vediamo altri compiere una scelta, siamo più inclini a imitarla. Recensioni, testimonianze, case study, badge di approvazione ne sono esempi.
  • UGC: contenuti creati spontaneamente dagli utenti — foto, video, recensioni, post sui social — che mostrano il prodotto o servizio in un contesto reale.

Entrambi sono più credibili della comunicazione diretta del brand. Ma senza un copy ben studiato, rischiano di essere solo “rumore” non valorizzato.

Il copy come ponte tra voce del cliente e voce del brand

Il compito del copywriter non è inventare, ma orchestrare. Le frasi dei clienti vanno:

  • Contestualizzate: spiegare in poche parole chi è la persona che parla e perché la sua esperienza è rilevante.
  • Evidenziate: selezionare citazioni potenti e trasformarle in headline, sottotitoli o callout grafici.
  • Collegate all’offerta: guidare il lettore dal racconto alla CTA (Call To Action) senza che il messaggio sembri forzato.

Esempi:
“Con questo software ho ridotto i tempi di lavoro del 40%” – Marco, Project Manager
Diventa una leva per la conversione se accompagnata da un copy di supporto come:
“Vuoi anche tu lavorare meno ore e ottenere di più? Scopri come.”

Sfruttare l’UGC in chiave narrativa

Il copywriting può trasformare un contenuto amatoriale in una micro-storia.

  • Scenario: dove e come il prodotto è stato usato.
  • Sfida: il problema iniziale dell’utente.
  • Soluzione: come il brand ha aiutato.
  • Risultato: cambiamento percepito.

Un semplice post Instagram di un cliente può diventare la chiusura emotiva di una campagna, se incorniciato dalle parole giuste.

Tecniche di copy per integrare Social Proof e UGC

  • Headline basate su citazioni: usare direttamente frasi di utenti come titolo.
  • Statistiche reali: numeri derivati dalle recensioni (“98% dei clienti lo ricomprerebbe”).
  • Storytelling collaborativo: campagne che raccontano la storia del prodotto attraverso voci multiple.
  • CTA derivata dall’esperienza utente: inviti all’azione che si ricollegano a benefici reali e vissuti.

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Il copywriting conversazionale esiste?

Te la immagini una prefetta?

Quando leggo di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine durante le manifestazioni di dissenso (qui c’è tutto ciò che ho da dire in merito) oppure delle risibili condanne applicate nei confronti di stupratori e autori di femminicidi, da femminista mi sorge sempre un pensiero che va oltre al normale schifo.

Da un po’ di tempo a questa parte mi chiedo: e se ci fossero state donne a decidere?

Mi spiego meglio. Cosa accadrebbe alla giustizia italiana e alle forze dell’ordine se i posti di lavoro che le costituiscono fossero occupati da tante, tantissime donne?
Mi chiedo (non ho risposta) se una squadra di sole donne avrebbe manganellato con la stessa brutalità.
E a salire: riusciamo ad immaginare prefette donne? Tante magistrate? Tante commissarie? Tante… pubbliche ministere? Non so neanche se sia una definizione corretta, non l’ho mai letta né sentita pronunciare e forse proprio qui sta il punto.

Vi immaginate i casi di violenza sui minori o stupro gestiti da interi ranghi composti da donne? Le condanne sarebbero più incisive, diverse?

È una questione di numeri?

Non ho una risposta.

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Femminismo a Torino – La Casa delle Donne: una storia di sindacato, di denti e di voci.

Review libri: “Stai zitta” di Murgia (Einaudi).

Ci avevi pensato? Io no. Breve checklist da salvare e stampare.

Leggere “Il femminismo è per tutti” di bell hooks è stato fondamentale per la mia formazione di attivista, madre e professionista.

In questo libro, i percorsi di autocoscienza – peraltro già noti in Italia sin dai tempi dei Mitici Anni ’70 ad opera di figure cardine come Carla Lonzi – sono la base di un percorso di ripensamento della propria situazione famigliare e lavorativa in un’ottica di parità di genere. Si parte sempre da sé stesse per scardinare gli elementi di sessismo che abbiamo interiorizzato fin da quando eravamo piccole. Non ne abbiamo alcuna colpa. Oggi quei tratti li portiamo avanti senza nemmeno realizzarlo, e potremmo trasmetterli senza volerlo all’educazione di bambine e bambini.

Condivido con voi gli appunti su me stessa: sentitevi libere/i di condividere i vostri.

QUI PUOI SCARICARE LA MIA CHECKLIST, GIÀ PRONTA DA STAMPARE E ARRICCHIRE.

Usa il tuo cognome. Anche se sei sposata, usa il tuo cognome. E dallo alle tue figlie/i: si può fare.

Prendi spazio in casa. Non stare tanto tempo in cucina. Non sistemare la seconda televisione sfigata in cucina mentre quella faiga sta in salotto, e la guarda solo tuo marito per il calcio. Troppe volte, anche nelle nuove generazioni, si nota come a fine pasto le donne si alzino per sparecchiare mentre gli uomini si godono l’amaro. Bevi il dannato limoncello da seduta. O – meglio – bevilo mentre fai sparecchiare il tuo compagno/marito.

Se puoi, creati uno spazio tutto per te con una serratura per chiuderlo. Se non puoi, rivendica gli spazi della casa: il divano, il salotto. Il telecomando. Prendi il dannato telecomando e decidi tu cosa guardare la sera con la tua famiglia.

A parità di mansione, investi in una donna. Scegli dottoresse, avvocatesse, negozi gestiti da donne. E nel caso delle ginecologhe, controlla che non siano obiettrici: puoi farlo sulla mappa di Obiezione Respinta.

Alle feste di Natale o di compleanno, regala alternative femminili: libri, soprattutto.

Non commentare mai, per nessuna ragione, il corpo di un’altra donna. Neanche se va a Sanremo. Neanche se secondo il tuo personalissimo giudizio non è in salute. Non. Commentare. Mai. Un. Corpo. E già che ci sei, parti dal non giudicare male il tuo, di fisico.

Vuoi fare qualcosa? Vai al cinema da sola o prenota per una al ristorante. Vai da sola. Viaggia da sola.

Nota quando dici le parole scusa, disturbo, nel mio piccolo, pazienza. Nota a chi e quando dici queste parole. Nota quanto spesso le dici.

Vota. Sempre. A livello nazionale fino a quello locale e di quartiere. Dalla Sindaca/o alla/al rappresentante di classe.

Scegli. Anche al supermercato, anche la marca del sugo di pomodoro.

Non accettare subito un “no” (a meno che si tratti di rapporti con altre persone, situazioni nelle quali vanno rispettati e basta). Se puoi, trova altre strade. Trova altri modi per arrivarci.

Partecipa alle riunioni di condominio. Polemizza in modo costruttivo.

Al lavoro, presentati senza blocco note o penna e rifiutati di prendere gli appunti per tutte/i. Siediti davanti, al tavolo.

A meno che la situazione non lo richieda espressamente, usa un tono di voce alto. Alza la mano. Alzati in piedi.

Conta i soldi. Parla di soldi. Soprattutto alle tue figlie/i. Investi in banca e insegna alle tue figlie/i ad investire i primi stipendi.

QUI PUOI SCARICARE LA MIA CHECKLIST, GIÀ PRONTA DA STAMPARE E ARRICCHIRE.

Anche i grandi brand beauty scoprono lo zerowaste

Era solo questione di tempo: i grandi marchi internazionali del settore beauty hanno compreso le potenzialità dello zerowaste (anche se – come sapete – preferisco definirlo lesswaste).

Il che significa due cose per noi.

Uno: buone notizie per il nostro stile di vita. Finalmente abbiamo un accesso un po’ più semplice e diretto a prodotti come shampoo solidi o saponi viso plastic-free.

Un accesso che possibilmente non preveda chilometri (magari in bicicletta) per raggiungere un negozietto piccino picciò lontano 27 km, portandoti nello zaino contenitori in vetro per prodotti alla spina che nel tragitto di ritorno si ribalteranno, rovesciando il prezioso contenuto – neanche troppo economico, diciamocelo – ovunque, bici e maglietta comprese.

Non me ne vogliano i negozi piccoli, che amo da sempre, ma se vogliamo davvero diffondere stili di vita diversi dobbiamo facilitare le scelte. Renderle comode, a portata di mano. Letteralmente.

Due: buone notizie per il nostro portafogli. Grazie all’aumento delle opzioni di scelta, anche chi ha budget controllati può investire in prodotti di uso quotidiano che contengono meno imballaggi in plastica. E a questo proposito.

Ho provato due prodotti delle brutte e sporche multinazionali. Che neanche mi pagano per parlarvene, blogger sfigata.

  • Detergente Viso Solido Nivea Naturally Clean. Imballata nella sola carta, la saponetta è disponibile in versione Olio di Mandorla e Mirtillo, Estratto di Rosa e Vitamina E, Carbone Attivo. Se siete vegan, va bene anche per voi. Non mi chiedete INCI: le mie competenze in materia di chimica non mi rendono abbastanza autorevole da fornire opinioni. Al netto dei soliti aggettivi-glitter “Illuminante” e “Rinfrescante” (se uso l’acqua calda per lavarmi la faccia, mi rinfrescherà ancora?) lo trovo un buon prodotto. Ho la pelle del viso mista a tendenza grassa, e fa il suo lavoro. Lo trovate nei supermercati, su Amazon, da Tigotà: io l’ho comprato al Carrefour ed era anche in offerta. Son sempre soddisfazioni.
  • Garnier Ultra Dolce Shampoo Solido. Anche questo shampoo lo trovate nei supermercati o su Amazon. E anche lui pattina sorridente sul tappeto di supercazzole tipiche del marketing beauty: “Idratante”, “Ricostituente” (come lo sciroppo al propoli che ti dava la nonna alle elementari per prevenire il raffreddore, ma spalmato sui capelli. cose che voi umani!). Ho i capelli spessi e crespi, quindi ho deciso di usare la versione al Cocco e Aloe: ha un buon profumo e fa il suo lavoro.

In chiusura, vi segnalo una cosa importante: fate attenzione agli imballaggi farlocchi. Alcune marche propongono prodotti solidi imballati in carta solo all’esterno: una volta aperti, vi ritroverete – ad esempio – pellicole in plastica. Leggete molto bene le recensioni o toccate i prodotti con mano prima dell’acquisto.

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